Nella presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas ha colpito molti osservatori la presenza di Christopher Olah, uno dei più autorevoli ricercatori nel campo della sicurezza dell’intelligenza artificiale. Una scelta che, a prima vista, potrebbe sembrare puramente
tecnica: un esperto tra gli esperti, chiamato a offrire uno sguardo competente su un tema complesso. E tuttavia, a guardare meglio, la sua presenza assume un significato più sottile, quasi una dichiarazione di metodo.
Olah non appartiene al mondo dei grandi imprenditori della Silicon Valley, né a quello dei teorici che fanno dell’IA un terreno di battaglia culturale. È un ricercatore che lavora sulla comprensione dei modelli, sulla loro interpretabilità, sulla possibilità di rendere la tecnica
più trasparente e meno opaca. Un profilo che non porta con sé un progetto politico, né un immaginario apocalittico, né un’ideologia della potenza tecnologica. In questo senso, la sua voce si colloca in una zona di sobrietà che ben si accorda con il tono dell’enciclica: un
invito alla responsabilità, alla custodia, alla misura. È poi sicuramente significativo rilevare come la figura di Olah sia del tutto estranea a quella che, icasticamente, è stata definita su queste pagine come la “confraternita dei tecnomistici” — quella costellazione di imprenditori e visionari che, tra suggestioni escatologiche e retoriche salvifiche, tende a sovrapporre tecnologia e teologia, spesso con esiti mistificatori. Tra i suoi esponenti più noti figura Peter Thiel, fondatore di Palantir, che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé per le sue conferenze sull’anticristo, una delle quali tenuta proprio a Roma, suscitando — pare — non poche perplessità in ambienti vaticani.

Christopher Olah
Thiel, figura di enorme influenza nel mondo tecnologico e politico americano, è legato da tempo a J.D. Vance, oggi Vicepresidente degli Stati Uniti. Entrambi si presentano come cristiani, e nondimeno il loro cristianesimo assume spesso la forma di un’identità culturale marcata, talvolta combattiva, talvolta utilizzata come chiave di lettura geopolitica. Una fede che diventa linguaggio politico, strumento di mobilitazione, talora persino lente per interpretare la tecnologia come campo di scontro tra civiltà. Bisogna riconoscere che questo modo di declinare il cristianesimo è molto diverso da quello che emerge nell’enciclica. Magnifica Humanitas non usa la fede come bandiera, né
come argine identitario. Propone piuttosto una visione dell’umano che precede ogni appartenenza: la persona come mistero, come relazione, come realtà fragile da custodire. Una visione che non cerca alleati ideologici, ma interlocutori capaci di ascolto e di verità.
In questo quadro, la scelta di invitare Olah — un ricercatore che si definisce ateo — acquista un valore simbolico. Non tanto perché rappresenti un’alternativa “laica” a un cristianesimo politicizzato, quanto perché testimonia un atteggiamento: la disponibilità a
interrogarsi, a riconoscere il limite, a non trasformare la tecnica in un assoluto e a non ridurre l’umano a un algoritmo. Forse proprio per questo egli è apparso un interlocutore credibile per un’enciclica che chiede, prima di tutto, un nuovo stile di responsabilità.
In definitiva, la questione non è quella di distinguere tra credenti e non credenti, né tra ottimisti e pessimisti della tecnologia. È quella di scegliere se usare l’IA come strumento di potere — politico, economico, culturale — o se considerarla un’opportunità che richiede
prudenza, discernimento, cura. Se vedere nella tecnica un’occasione per affermare un’identità o riconoscerla come un compito da condividere.
La presenza di Olah, letta così, non è un gesto contro qualcuno, ma un gesto per qualcosa: per un dialogo che non si lasci catturare dalle polarizzazioni, per una riflessione che non si faccia dettare l’agenda dai protagonisti più rumorosi, per un cristianesimo che non rinuncia alla propria voce e, soprattutto, non la piega a logiche di schieramento. È un segnale discreto, ma eloquente: la Chiesa sceglie di parlare con chi cerca la verità, non con chi usa la verità — o la postverità — come arma. E in un tempo in cui la tecnologia rischia di diventare il nuovo terreno delle identità contrapposte, questa scelta ha il sapore di una libertà che vale la pena custodire.

