Se «remigrazione» non fa rima con Sicurezza

700 335 Antonio Lovascio
  • 0

di Antonio Lovascio · Il varo pasticciato dell’ennesimo decreto sicurezza, il quarto finora nella legislatura, solleva dubbi, preoccupazioni e divisioni tra gli italiani, nonostante le correzioni del Quirinale per palesi aspetti di incostituzionalità. Secondo chi vi si oppone, “consolida un modello fondato sulla prevenzione amministrativa, sul sospetto e sulla discrezionalità, con norme che continuano a restringere lo spazio civico, peggiorano la situazione delle carceri e incidono in profondità sui diritti fondamentali. Norme che non rendono più sicure le città ed i territori”. Formulato e votato sull’onda degli slogans della “remigrazione” intonati dalla Lega, con l’idea che una soluzione percorribile possa essere il rimpatrio degli stranieri, anche quelli (incensurati) che qui vivono e lavorano da anni. Cioè gli stessi (mezzo milione) che in Spagna otterranno presto il permesso. Mezzo milione, in effetti, è anche il fabbisogno di lavoratori stranieri che il governo Meloni stima per i prossimi tre anni e che invita a entrare in Italia con i vari decreti flussi. Un record, in effetti. E ancora: circa 500mila sono le persone che oggi vivono nel nostro Paese tra irregolarità e accoglienza: 339mila senza permesso, secondo Ismu, e oltre 140mila nel sistema, secondo Migrantes..

A dire il vero, la “remigrazione” non è la risposta prevalente del popolo italiano, ampiamente convinto che i numeri – gli stessi che accomunano Spagna e Italia – raccontano un Paese che si tiene in equilibrio proprio grazie ai migranti. Il motivo è semplice e persino utilitaristico: in Nazioni che invecchiano, le persone di origine straniera assicurano manodopera e soluzioni rapide, per quanto tampone, alla denatalità. E l’Italia non fa eccezione. Se, dopo 12 anni di declino costante, a fine marzo l’Istat ha registrato per la prima volta la non diminuzione della popolazione, è tutto merito della popolazione straniera, che dopo essere accolta va però integrata anche ai fini di una maggior Sicurezza, da tutti auspicata.

C’è poi un altro elemento che fa riflettere. L’analisi comparativa realizzata dall’Eurispes su 22 paesi europei rivela una particolare configurazione strutturale: l’Italia forma da sola un cluster, con mercato del lavoro giovanile peggiore dei paesi dell’Est Europa e un conto demografico destinato a salire fino a 1,13 milioni di persone mancanti entro il 2050. L’Italia registra il 22% dei NEET (15-29 anni), quasi tre volte la media del cluster nord-europeo (8,7%); il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%); il part-time involontario fa registrare la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%);la percentuale di laureati (25-34 anni) si trova quattordici punti sotto la media dei paesi in convergenza. Il paradosso italiano è tutto in questi numeri. Con un Pil pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei paesi in convergenza. Il reddito mediano reale, invece di crescere, si contrae: indice 97 contro 132 dei paesi emergenti dell’Est. Un segnale di impoverimento strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca. L’Italia appare dunque come un paese con Pil da economia avanzata e condizioni per i giovani da periferia europea. E questo non è un paradosso temporaneo: è una condizione strutturale. Per quanto riguarda la proiezione demografica, si è partiti dall’analisi combinata di tre elementi: previsioni ufficiali Istat fino al 2050 (scenario mediano), flussi osservati di cittadini italiani 20-39 anni (2019-2023) e ipotesi demografiche esplicite su sopravvivenza e fecondità degli emigrati.

L’Eurispes – come ha spiegato il suo presidente Gian Maria Fara, commentando il Rapporto stima una popolazione mancante di circa 1 milione e 130mila persone: 192.500 imputabili ai flussi già avvenuti tra il 2019 e il 2023, quasi 942.000 derivanti dai flussi futuri se il trend non cambia. Nello scenario in cui l’emigrazione fosse stata azzerata dal 2019, l’Italia conterebbe 55,83 milioni di abitanti nel 2050 invece dei 54,7 previsti da Istat. Se il flusso venisse dimezzato dal 2024, si recupererebbero 663.000 persone. La popolazione “mancante” non è casualmente distribuita per età, ma si concentra nelle età centrali e infantili/giovanili, con un duplice effetto: 1) sul rapporto di dipendenza: maggiore presenza di 20-64enni migliora il rapporto tra popolazione attiva e anziani, con ricadute sulla sostenibilità del sistema pensionistico e del welfare; 2) sul potenziale di crescita: base più ampia di popolazione in età lavorativa e scolare rende più probabile la presenza di forza lavoro qualificata (innovatori, imprenditori, ricercatori, medici).

image_pdfimage_print
Author

Antonio Lovascio

Tutte le storie di: Antonio Lovascio