Una scuola che sia casa: l’appello di Leone a chi educa.

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di Stefano Liccioli · La prima udienza dopo l’intervento chirurgico a cui si è sottoposto Papa Leone XIV l’ha riservata ai partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Un discorso breve, ma con alcuni spunti significativi che offrono a chi lavora accanto ai giovani qualcosa di più di un programma: una postura da assumere.

Il punto di partenza sono le ferite. Gli studenti, ricorda il Papa, sono generosi e pieni di entusiasmo, eppure molti portano un disagio esistenziale fatto di famiglie spezzate, solitudini digitali, paura di un futuro incerto. Attraversano i corridoi di scuole e università sentendosi anonimi. Da qui la prima indicazione: gli istituti cattolici siano anzitutto «casa», luoghi in cui si è attesi. Il primo annuncio, osserva Leone, passa spesso da uno stile: qualcuno che ti guarda negli occhi, ricorda il tuo nome, nota la tua assenza e si rallegra del tuo ritorno. Un gesto minimo, quasi disarmante, ma rivoluzionario in sistemi che rischiano di ridurre le persone a numeri di matricola.

In un ambiente accogliente può emergere il desiderio di comprendere, e qui si tocca la vocazione propria di scuole e università: la ricerca comune della verità. Il Papa invita a stimolare l’intelligenza, a valorizzare le domande, a far gustare la fecondità dell’incontro tra fede e ragione. La pastorale deve accompagnare la «germinazione lenta del pensiero», difendendo i giovani da quella seduzione sottile, evocata dall’enciclica Magnifica humanitas, che fa sembrare inutile il pensiero proprio quando è più necessario. Parole quanto mai attuali nell’epoca degli assistenti artificiali: il rischio non è solo l’errore, ma la scorciatoia, la rinuncia a cercare. I «falsi maestri» che promettono risposte rapide trovano così una contro-pedagogia fondata sulla pazienza.

C’è poi la diagnosi di una cultura della prestazione che confronta e classifica in modo spietato. Una meritocrazia male intesa, dice il Papa, finisce per non rispettare le persone, e molti rinunciano prima ancora di provare. Non è un invito a svalutare l’impegno, ma a riconoscere che nessuno si impegna davvero quando è paralizzato dalla paura di sbagliare. La risposta evangelica è il «patto di fiducia»: il coraggio nasce dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso. Gesù non scelse i Dodici perché fossero coraggiosi; li rese tali chiamandoli. Per questo ai ragazzi si deve poter dire ciò che fu detto a Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».

Sotto la corazza che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, aggiunge Leone, si nasconde il desiderio di amare ed essere amati. Di qui l’importanza di educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla lode. Servizio ai poveri, volontariato e cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi in cui il cuore impara a dilatarsi; e carità e preghiera restano inseparabili.

L’immagine finale è quella dei discepoli di Emmaus: il Risorto non offre subito una spiegazione, ma si avvicina, cammina, ascolta, e solo dopo si lascia riconoscere nello spezzare del pane. Per chi insegna, il discorso suona come un esame di coscienza. La mia classe è una casa? Conosco il nome di chi siede in fondo? Valorizzo le domande o ho fretta di chiuderle con una risposta? Forse la pedagogia più necessaria oggi è proprio questa: accompagnare i giovani lungo la strada, finché scoprano da soli i doni che Dio ha già posto in loro. Ma il Santo Padre ci ricorda, indirettamente, anche un altro aspetto se si vuole annunciare il Vangelo alle nuove generazioni occorre abitare i luoghi dove i giovani si trovano come le scuole e le università. È un richiamo alla Chiesa e ai cattolici perché affrontino con realismo e non con nostalgia le sfide attuali.

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Stefano Liccioli

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