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Posted on 1Apr, 2014

L’inattesa pasqua di Benedetto. Sorprese di un sommesso comunicare

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di Carlo Nardi •

Leggesi – di qui ‘leggenda’, ossia ‘cosa da leggere’ per edificazione – nella vita di san Benedetto abate, scritta dal papa san Gregorio Magno (+ 604) nel secondo libro dei Dialoghi (cap. 1), che, digiunando il giovane Benedetto in assoluta solitudine in una caverna tra i monti dell’alta valle dell’Aniene … Che cosa successe? Benedetto, che solo solo aveva perso la cognizione del tempo, si trovava a digiunare il giorno di pasqua. Se ne ricordava bene, dopo una rigorosa quaresima, un prete d’un villaggio di quei paraggi e, insomma, si direbbe tra l’ova omaggiate dai parrocchiani e qualcos’altro ancora, sulla sua tavola si vedeva e si annusava che era pasqua. Si mette a desinare ed ecco una visione o … contentiamoci di una vocina: «Tu ti sei preparato un pranzo delizioso, e va bene. Ma guarda: vedi laggiù? Lì c’è un mio servo che patisce la fame». Il buon pievano, senza frapporre tempo in mezzo né bubare per quel desinare raffreddato, anzi sistematolo in una gerla, si mette in cammino. E cammina cammina … cerca e ricerca, alla fine trovò Benedetto nascosto in una spelonca.

Ma a questo punto è meglio ascoltare direttamente papa Gregorio. «I due si misero a pregare e innalzarono a Dio benedizioni. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo. “Ora – disse poi il sacerdote – prendiamo anche un po’ di cibo, perché oggi è pasqua”. “Oh, sì – rispose Benedetto – oggi è proprio pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te” (…). “Ma oggi è davvero il giorno della risurrezione del Signore – riprese il reverendo –, e non è punto bello che tu digiuni (abstinere tibi minime congruit). Proprio per questo sono stato inviato, per cibarci insieme, l’uno e l’altro, di questi doni che l’onnipotenza di Dio ci ha messo davanti” Nell’innalzare a Dio benedizioni, consumarono il cibo e, dopo aver finito il pranzo e il colloquio, il prete ritornò alla sua chiesa».

Pasqua: l’incontro umano, fraterno è pasqua. Se non lo si sa cogliere, non si è in grado di far pasqua. Almeno come Cristo comanda.

A pasqua non si può digiunare. Perché la chiesa sembra vedere con sospetto un siffatto digiuno pubblicamente solitario? Perché parrebbe segno di spregio a Dio, creatore anche di quelle cosine gradevoli da mettere in tavola, né il digiuno, cristianamente inteso, può mai essere dispezzo per i doni di Dio. E non ci ha detto il Signore: «Mangiate quel che vi è messo davanti» (Lc 10.8)? Con semplicità, con serenità. Direi con trascurata eleganza. Anche papa Gregorio lo insegna con garbo mediante il paterno richiamo del parroco avveduto a quel giovanotto, Benedetto, al quale una generosa esuberanza nelle cose di Dio avrebbe potuto far dimenticare le cose degli uomini. Ma Benedetto in umiltà sa gustare la fraternità con le sue sorprese, i suoi doni, e sa gustarla in compagnia con la chiesa intera che quel giorno celebrava la risurrezione.

Narravo a mia volta, nel foglio ai parrocchiani del 23 marzo 2008, la narrazione di papa Gregorio per il gusto di raccontare qualcosa che ritenevo, e ritengo, edificante. Lo riesumo ora e lo abbellisco un po’ perché mi sembra che quel comunicare sommesso ed efficace sia rapportabile, in un modo o in un altro, al buttar giù queste poche righe che possono fare il giro del mondo. Il che fa un certo effetto. Anche trepidare. Ma i personaggi della novella, giovane monaco e prete, e l’autore, papa Gregorio, c’invitano a rischiare, mettendoci in cammino. E come dir di no? A costo di far ghiacciare il pranzo di pasqua … che però si ritrova più gustoso che mai. Quand’è e si fa Pasqua.