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Posted on 1Giu, 2014

La Signoria di Cristo. “Letteratura e cristianesimo” di K.Rahner (con invito alla lettura di A.Spadaro)

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di Dario Chiapetti • È una provocazione alla concezione antropologica ed ecclesiologica propria dell’uomo moderno che sta alla base delle considerazioni del gesuita teologo tedesco K. Rahner (1904-1984) raccolte nel volumetto “Letteratura e cristianesimo” (San Paolo, 2014) che ripropone tre sue riflessioni: “Il futuro del libro religioso” (1965), “La biblioteca parrocchiale. Principi per una teologia del libro” (1959) e “La missione del letterato e l’esistenza cristiana” (1962) precedute da un ‘invito alla lettura’ del confratello Antonio Spadaro. Con tale raccolta Spadaro tenta di richiamare il lettore all’importanza della letteratura, presentando la riflessione di Rahner riguardo alla sorprendente radice e implicazione cristiana ad essa sempre sottesa e in virtù della quale invitare gli uomini di ogni tempo a misurarcisi.

Valore dei libri

Ogni libro, per analogia, partecipa di quella dignità di cui gode il Libro per eccellenza per il cristiano, la Bibbia, considerato “momento” stesso dell’incarnazione del Verbo; ma occorre che la letteratura esplicitamente religiosa parta dall’esperienza dell’uomo e lo riporti a sé e che i libri “profani” e perfino quelli che negano Dio non vengano esclusi dall’orizzonte della propria vita in quanto, anch’essi inevitabilmente relazionantisi col mistero di Dio, rappresentano una scossa per “la vita piatta dei borghesi, così numerosi anche tra i cristiani credenti” e in quanto, a ben vedere, osserva Rahner, la contestazione del cristianesimo deriva dai “problemi reali che dai cristiani non sono ancora sufficientemente risolti”.

Importanza di scrivere

La grazia di Dio è all’opera anche in coloro che non lo sanno e “Il fatto stesso di scrivere un romanzo – spiega Rahner – in quanto atto libero, è moralmente rilevante [..] chi scrive entra già di per sé nella sfera della realtà cristiana [..] nell’economia della salvezza ogni atto moralmente importante per l’uomo è un ‘sì’ o un ‘no’ detti al cristianesimo” fermo restando che la cristianità dell’autore è tanto più profonda quanto “egli ha l’intenzione di parlare e di proclamare la totalità dell’esistenza umana”; del resto in ogni lettura si trova documentato solo ‘uno’ dei tanti momenti del dialogo tra Dio e l’uomo, che è sacro in quanto parte di tale dialogo.

Importanza di leggere

“Il significato religioso di un’opera non si dà senza la partecipazione attiva del fruitore”: se il libro dice la realtà e l’uomo è di per sé essere immesso in essa e da essa dipendente, l’uomo, che tale vuole essere, si immerge nella lettura e in essa tende a rintracciare ciò che lo illumina, “il lettore – spiega Spadaro – si trova implicato in quella tensione tra la poesia in quanto tale e la mistica verso cui tende”; solo nell’incontro con un momento di dialogo che lo scrittore ha intessuto, cosciente o no, con Dio anche il lettore si trova, personalissimamente, in tale dialogo e approfondisce sé realizzando, nel rapporto col Tu, la sua originaria statura di essere-relazione-col-Tutto-da-cui-dipende.

Con tali riflessioni il lettore è portato formidabilmente nel cuore del pensiero di Rahner, tra i più emblematici del percorso a cui l’uomo è giunto, come autocoscienza antropologica ed ecclesiale, durante il momento storico del Concilio Vaticano II di cui l’Autore è stato uno dei protagonisti. Ciò che emerge è un’antropologia “trascendentale” che considera l’uomo tanto nella sua effettiva situazione esistenziale d’incompiutezza quanto secondo tutta la sua strutturale capacità d’apertura al mondo e a Dio; un’ecclesiologia che riconosce tanto che “solo in Cristo c’è salvezza” (cf. At 4,12) quanto che “questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza” (LG, 14) quanto e soprattutto che “la realtà è Cristo” (cf. Col 2,17) e che perciò è nella realtà che Egli si dà, attende l’uomo e lo incorpora ecclesialmente a sé. Il dialogo tra l’uomo e il mondo non può che essere riaperto (cf. GS) e in tale dialogo, aperto, senza preconcetti o paure, unicamente fondato sull’urgenza costitutiva dell’uomo di vivere secondo tutta l’ampiezza della sua aspirazione a Dio, la Chiesa non perde il suo ruolo unico nella storia della salvezza ma ne accresce la consapevolezza perché si fa forte dell’autorità, che solo essa può avere, in termini di autocoscienza, che le deriverà dalla certezza dell’effettività della presenza del suo fattore generante, Cristo, “centro del cosmo e della storia” (RH, 1).

La prospettiva nella quale si colloca il presente volume è la preoccupazione che sta caratterizzando le indicazioni di fondo degli ultimi pontificati. Basti richiamare le parole di Benedetto XVI al Bundestag: “Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo” o quelle di Francesco nel recente incontro col mondo della scuola: “Aprite la mente e il cuore alla realtà. Non abbiamo diritto ad aver paura della realtà!”. Solo uomini certi di Cristo, perché continuamente Lo rintracciano nella realtà, possono ad essa trovarsi sempre più attaccati, in essa sempre più immersi.