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Posted on 1Mag, 2016

Domatori o domati ? Ultime malefatte di Mammona

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download (1)di Giovanni Campanella • Passano i secoli, si susseguono le diverse epoche, cambiano i venti, ma il dio denaro continua imperterrito ad attirare e lusingare le sue vittime…… salvo lasciarle poi sul lastrico o letteralmente (quando una persona dedica tutta la vita all’accumulo di denaro e questo malauguratamente si volatilizza in Borsa) o comunque interiormente (quando si fa fatica a comprendere che la vera sete non si estingue con cose che si comprano o che si ottengono con le nostre risorse). Da qui a definirlo “sterco del demonio” è forse un passo più lungo della gamba perché si sa che il denaro, ben domato, ha sempre svolto egregi servizi all’uomo, alla sua crescita, alla sua stessa capacità di servire. E chi maggiormente è chiamato a potenziare il servizio del denaro alla capacità di servizio dell’uomo se non il banchiere? Il problema è che il denaro è sempre stato una brutta bestia da domare; un po’ tutti abbiamo il suo marchio, il suo numero. Il Signore ci chiama a calcolarlo, ad ammettere di esserne un po’ succubi e a prenderne le distanze. Ci aiuta poi ad invertire la direzione del controllo e passare da essere controllati a essere controllori. Senza il Signore, però, colui che è chiamato a essere domatore torna ben presto ad essere domato. E succede che il banchiere passi dal servizio del risparmiatore al servizio del denaro.

Federico Rampini, corrispondente della «Repubblica» da New York, ha scritto un libro breve e agile intitolato Banche: possiamo ancora fidarci ? e pubblicato alla fine di Marzo 2016 dalla Mondadori. Il libro è stato scritto di getto, trattando anche di eventi accaduti recentemente, e a mio avviso riesce nell’intento di rendere digeribili temi finanziari che normalmente risultano abbastanza ostici per i non addetti.

Certe sofferenze bancarie sono spesso buttate sulle spalle del risparmiatore e, d’altra parte, lo stesso impiegato allo sportello è costretto con l’acqua alla gola a piazzare certi titoli per non perdere il suo posto di lavoro, non più sicuro come un tempo. Rampini rileva che nel 2015 ci sono stati almeno 26.000 licenziamenti alla Deutsche Bank. Nello stesso anno, l’Unicredit ha ridotto 18.200 posti, di cui 6.900 in Italia. «Benché non ci siano stati crac paragonabili a Lehman Brothers, anche il 2015 è stato un anno tremendo: a livello mondiale, nei primi nove mesi le banche hanno tagliato 52.000 posti di lavoro, poi nell’ultimo trimestre c’è stato un’impennata, altri 47.000 licenziamenti annunciati solo dal 1° ottobre al 31 dicembre. L’emorragia è pesante anche se commisurata all’occupazione totale del settore. Una delle più grandi banche americane e mondiali, Citigroup, ha perso il 36 per cento dei suoi dipendenti dagli albori della crisi del 2008. La Royal Bank of Scotland a furia di cure dimagranti si è sbarazzata del 53 per cento dei suoi addetti. La svizzera Ubs ne ha cacciati il 29 per cento» (p. 11).

Il povero risparmiatore si trova quindi a dover discernere molto attentamente come impiegare i propri soldi. Rampini ricorda un tristissimo fatto di cronaca recente. Il 28 novembre 2015 a Civitavecchia, Luigino «D’Angelo, titolare di obbligazioni subordinate della Banca Etruria, si è ucciso nella cittadina laziale dopo aver scoperto che aveva perso tutto: circa 100.000 euro investiti in quei titoli all’inizio del 2013. “Chiedo scusa a tutti” ha scritto alla moglie prima di uccidersi “non è per i soldi ma per lo smacco subito”. Cosa sapeva, quanto gli era stato spiegato, sui potenziali rischi di quei titoli ? Quanti altri italiani si trovano in una situazione simile, avendo comprato con i propri risparmi dei titoli di quella categoria senza sapere esattamente cosa facevano e quanto rischiavano ?» (p. 28).

Purtroppo è ancora assai difficile finanziare e aiutare con i propri risparmi l’economia reale “che mette mano alla pala” saltando a pié pari il sistema bancario. Da una parte, solo grandi imprese riescono a farsi finanziare in parte anche direttamente dai risparmiatori. D’altra parte, anche se è «aumentato il numero di risparmiatori, soprattutto in America, che si gestiscono il portafoglio titoli da soli, su Internet», questi «si sobbarcano qualche rischio in più. Chi si affida a un gestore professionale, almeno in teoria, è un po’ più al sicuro perché gode dell’esperienza altrui. A patto, però, che il gestore sia davvero esperto e davvero onesto. Due condizioni non scontate» (p. 46). E si ritorna alla solita questione della lealtà alla vocazione di “addomesticatore” di denaro.

Si sa che la stessa variazione del potere di acquisto del denaro ci mette il suo zampino nel complicare ulteriormente le cose. A tale riguardo, un problema classico è sempre stato quello dell’inflazione: normalmente una quantità di moneta sempre maggiore messa in circolazione fa sì che una quantità fissa del mio denaro compri sempre meno beni col passare del tempo. Oggi ci si trova a misurarsi col fenomeno, più raro e temibile, che prende il nome di “deflazione”. Essa tende a “raffreddare” l’economia: se una quantità fissa di denaro compra più beni col passare del tempo, un soggetto, più spesso ricco o comunque meno nel bisogno, può essere incentivato a ridurre i consumi per attendere ulteriori ribassi. Una riduzione dei consumi provoca una riduzione della produzione, che provoca una riduzione dell’occupazione e dei salari, che provoca un impoverimento generale, che naturalmente grava più sulle spalle di chi è povero.

Ultimamente anche la Banca d’Italia ha avuto qualche défaillance, concretizzatasi in importanti ritardi sulla vigilanza dell’operato di certe banche. Rampini nota che c’è «un equivoco latente sul mandato della banca centrale. Una missione istituzionale della Banca d’Italia consiste nel garantire la stabilità del sistema creditizio, nonché la stabilità patrimoniale delle singole banche. Non è la stessa cosa che garantire la sicurezza dei risparmi degli italiani». Normalmente le due cose vanno in parallelo altrimenti non si spiegherebbe proprio la funzione della Banca d’Italia. Però in certi casi «questi obiettivi sono addirittura in conflitto tra loro» (p. 54).

Quando invece sono le banche a fare la parte dei creditori, forti della loro influenza spesso non esitano a spremere ben bene i propri debitori e l’economia reale. Sicuramente lo fanno anche nell’interesse dei propri risparmiatori. Tuttavia, se da una parte è verissimo che i debiti debbano essere onorati (altrimenti non si andrebbe avanti e, tra le altre cose, tanti risparmiatori-creditori cesserebbero immediatamente di essere tali), bisogna riconoscere che esistono casi in cui rimettere i debiti può essere addirittura più opportuno, economico e vantaggioso per il sistema economico nel suo insieme. Più il creditore è facoltoso, più la remissione si fa doverosa. A questo proposito, Rampini fa collegamenti col Padre Nostro e col giubileo di cui si parla soprattutto in Lv 25. «Certo, dal punto di vista del creditore quel perdono è un vero sopruso nonché un regalo a chi non lo merita. Ma nell’interesse generale, avere un’economia più dinamica, non soffocata dalla pesantezza dei debiti, può essere un vantaggio. Alla fine, anche i creditori ne ricaverebbero qualcosa, forse. Stremare il proprio debitore, dissanguarlo, può dare una soddisfazione morale, il piacere della vendetta: ma che cosa ti resta in mano, una volta che lo hai distrutto ? C’è qualcosa nella saggezza della Bibbia che può servirci oggi ?» (p. 63). Rampini associa l’austerity invocata dalla Germania (punzecchiata dalle sue banche) al fatto che Angela Merkel è «figlia di un pastore protestante che partì da Amburgo per evangelizzare la Germania Est. Dietro la sua difesa a oltranza dell’austerity traspare un concetto di espiazione. Bisogna soffrire per fare penitenza, purgare gli eccessi degli anni di spesa pubblica facile, speculazione finanziaria. Sette anni di vacche magre dopo i sette di vacche grasse (ma fossero “solo” sette! No, in Europa la Quaresima è molto più lunga, i conti non tornano sulla durata del castigo, dalla crisi del 2008 il tempo è scaduto). Del resto, “debito” e “peccato” sono la stessa cosa, in tedesco, questo ormai lo sanno tutti» (p. 64). (Poco più oltre, Rampini fa un sonoro scivolone cadendo nel solito vecchio equivoco per cui la Chiesa ha inventato il Purgatorio nel Basso Medio Evo per fare cassa: dimostra di aver letto la Bibbia riferendosi a Lv 25 ma dimostra anche di non averla letta tutta). Cita poi un’interessantissima lettera aperta di Jeffrey Sachs, direttore dello Earth Institute alla Columbia University di New York, consulente delle Nazioni Unite: «Il punto di vista tedesco è che i paesi dell’eurozona non devono vivere al di sopra dei loro mezzi; devono onorare i debiti; e ingoiare la medicina delle riforme quando è necessario. La Grecia deve prendersela solo con se stessa. Questa ricetta a volte è corretta e a volte no. E’ sbagliata quando per onorare il debito si spinge una società verso il punto di rottura. La saggezza consiste nel riconoscere quando la cura è sbagliata, e in quei casi reagire in modo creativo. Pensare che gli Stati sovrani devono onorare i debiti può essere il principio giusto nove volte su dieci, e può essere un disastro la decima volta. Non dobbiamo spingere una società fino al punto di rottura neanche se la colpa del debito è tutta sua. La Germania del dopoguerra aveva “meritato” il Piano Marshall? No. Il Piano Marshall e poi la cancellazione del debito tedesco nel 1953 consentirono alla Germania di rinascere? Sì. La Russia “meritava” un perdono parziale del suo debito nel 1992? No. Sarebbe stato saggio concederglielo? Sì. La Grecia si “merita” una cancellazione parziale dei suoi debiti? No. L’economia greca è stata governata malissimo e molto a lungo. Ha fatto troppi prestiti, ha alimentato corruzione e clientelismo, non ha costruito industrie competitive. Un perdono parziale del debito greco sarebbe una buona idea? Sì. La Grecia è in una spirale mortifera di austerità, distruzione di ricchezza, fuga di cervelli e di capitali, instabilità sociale. La sua crisi economica è altrettanto drammatica di quella che colpì la Germania di Heinrich Brüning [cancelliere della Repubblica di Weimar durante la Grande Depressione] tra il 1930-33.» (la crisi alimentò quel malcontento che Hitler seppe usare a suo vantaggio). «La Germania di oggi può fare tutte le prediche che vuole alla Grecia, ma la Grecia collasserà comunque se la si costringe a ripagare tutto il suo debito. E’ una ricetta impossibile, come lo era per la Germania di Brüning. Oggi i contribuenti tedeschi pensano di essere stati generosi con la Grecia, ma questo è in parte un’illusione ottica. I contribuenti tedeschi sono stati generosi con le proprie banche più che con la Grecia. Alla Grecia è stato chiesto di utilizzare il primo pacchetto di aiuti, erogato nel 2010, ma anche il secondo e il terzo, per ripagare le banche creditrici, perlopiù tedesche e francesi» (pp. 67-68).

Lobby ancora più potente di quella della banche è quella delle agenzie di rating. Per certe categorie di investimento è vietato l’acquisto di titoli che non abbiano rating. Obama ha cercato di eliminare il valore legale dei rating ma senza successo. Inoltre, la valutazione che le agenzie danno ai titoli è pagata da «chi emette titoli. Il cliente che si fida di quei giudizi di solvibilità può non sapere che sono pagelle pagate da chi riceve i voti» (p. 76).

La Federal Reserve è riuscita a dare un po’ di ossigeno all’economia reale comprando essa stessa titoli privati e aggirando così le banche. La Banca Centrale Europea sta cercando di imitarla ma con maggiore difficoltà perché il sistema economico europeo è più bancocentrico: qui è più difficile aggirare le banche. Così, considerando «l’enorme cautela di molte aziende di credito nell’offrire nuovi fondi alle imprese e alle famiglie, la Bce ha aumentato i suoi tassi negativi, che sono letteralmente delle “tasse” sui fondi che i banchieri non prestano ad altri; lasciarli in deposito alla banca centrale costa sempre di più. Inoltre, dal 10 marzo 2016 la Bce si spinge fino al punto di “pagare” quelle banche che tornino a fare il proprio mestiere, cioè erogare il credito agli investimenti delle imprese. (…). Bisogna anche rimettere in movimento la cinghia di trasmissione tradizionale, che sono le banche commerciali. A queste ultime la Bce ha promesso 1700 miliardi di credito agevolato, a condizioni di favore. La parte che spetta alle banche italiane sono 320 miliardi in quattro anni. La ciliegina sulla torta sono quei 5 miliardi di extraprofitti che le banche italiane riceveranno se fanno decentemente il proprio mestiere. Ora davvero non hanno più alibi» (pp. 105-106).

C’è una figura che il banchiere può prendere da esempio ? Rampini racconta molto brevemente la storia di un italiano nella costa occidentale statunitense a cavallo tra ‘800 e ‘900: «Amadeo Giannini, figlio di immigrati da Favale di Malvaro, in provincia di Genova. Fondatore, a San Francisco, di quella Bank of Italy che poi fu ribattezzata Bank of America e tuttora è uno dei più grandi istituti di credito degli Stati Uniti e del mondo. Perché San Francisco non sarebbe diventata una tecnopoli leader mondiale, senza di lui ? Perché il 18 aprile 1906 quella città fu rasa al suolo da un terremoto, poi seguito da una serie di incendi. Era un cumulo di macerie fumanti, la rovina era tale che forse la sua popolazione si sarebbe arresa, trasferita altrove. Uno dei pilastri dell’economia cittadina, a quell’epoca, era l’industria della pesca. Quasi tutti immigrati italiani, dai liguri ai siciliani. Giannini aveva fondato la Bank of Italy a San Francisco meno di due anni prima, il 17 ottobre 1904, ma era già un imprenditore facoltoso. Di fronte alla desolazione della città dopo il sisma, andò a recuperare i forzieri sepolti sotto i detriti. Li caricò su un carretto, per trasferirli al sicuro a casa sua, nella cittadina di San Mateo (oggi vicina all’aeroporto San Francisco International). E sparse la voce tra i suoi clienti: si fa credito per la ricostruzione, perché San Francisco deve rinascere. Chi erano i suoi clienti? Niente hi-tech, allora. Erano the little fellow, letteralmente “la piccola gente”. Pescatori, artigiani dell’inscatolamento del pesce, fruttivendoli. Arrivavano a casa sua dopo aver perso tutto, anche i documenti d’identità. Lui gli stringeva la mano, “e dai calli sentiva che erano gente per bene, lavoratori”. Apriva la cassaforte, tirava fuori le banconote per il prestito. Perché dovevano poter ripartire, al più presto. Gli storici della California sono concordi su questo punto: se San Francisco rinacque dalle ceneri, più vitale di prima, è perché dietro ci fu l’impegno straordinario del suo banchiere italiano» (pp. 119-120).