Pages Menu
Categories Menu

Posted on 1Mar, 2017

La convenienza della pace

image_pdfimage_print

maxresdefault (1)di Giovanni Campanella • di L’economia della pace è una branca della scienza economica relativamente nuova. I temi che essa affronta non sono nuovi. Sono studiati i rapporti tra economia e strutture politiche, sociali e geografiche per ridurre conflitti inter-statali, intra-statali e terrorismo. Si analizza l’impatto dei conflitti sul comportamento e sul benessere di società, governi, consumatori e imprese. Si indagano misure per ridurre le spese militari e utilizzare le risorse nuovamente disponibili per usi costruttivi. La novità sta nella sistematicità e nel rigore con cui questi argomenti sono esaminati.

Proprio Economia della pace è il titolo dell’ultimo libro di Raul Caruso, docente di Politica Economica ed Economia Internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (collabora con il quotidiano “Avvenire” e, negli USA, dirige la rivista specializzata “Peace economics, Peace Science and Public Policy”, il Network of European Peace Scientists e il capitolo italiano degli Economists for Peace and Security). E’ stato pubblicato dalla casa editrice Il Mulino alla fine di gennaio 2017, all’interno della collana “Studi e ricerche”. E’ un saggio tecnico, che corrobora le sue tesi con numerosi modelli econometrici costruiti su ampi panel di dati (con tanto di appendici con modelli più matematici). Per questo, comprensibilmente, il libro non è di lettura immediata. Tuttavia si prefigge con successo il meritevole obiettivo di contribuire ad ampliare la base scientifica della convenienza della pace.

Caruso distingue tra attività improduttive transattive e attività improduttive distruttive.

«Le prime non contribuiscono alla creazione di nuova ricchezza per la società, ma non risultano distruttive se non nella misura in cui si consideri la perdita di valore aggiunto futuro. (…), le attività improduttive distruttive depotenziano in maniera decisiva lo sviluppo, poiché distruggono le diverse forme di capitale destinate all’attività produttiva, in particolare il capitale umano. Tutte le attività predatorie, violente o anche destinate al contenimento della violenza ricadono in questa seconda categoria. (…). Nella realtà occorre riconoscere che possono esistere livelli desiderabili di attività improduttive distruttive, ma un’economia caratterizzata da eccessiva violenza (attuata o minacciata) o dal suo contenimento è in ogni caso improduttiva o destinata al declino» (p. 24)

Le spese militari distolgono risorse da attività produttive, facendo sì che l’output finale collettivo (di tutti gli Stati messi insieme) sia assai ridotto rispetto allo scenario in cui non si spende in “cannoni”. Le guerre aumentano il debito pubblico. In passato si era sviluppato il falso mito dell’effetto benefico delle spese militari per l’economia. Caruso lo smantella senza mezzi termini citando vari studi statistici.

Un altro falso mito è quello che associa crescita economica al “dittatore benevolente”. Anche tale tesi non regge ad attente analisi e ricerche empiriche. La democrazia rimane il migliore degli scenari possibili anche dal punto di vista economico.

La pace favorisce lo sviluppo economico. Questa affermazione è vera anche nel senso inverso: lo sviluppo economico favorisce la pace. E’ un circolo virtuoso. Se infatti un’economia dipende troppo dalle materie prime è maggiormente soggetta a instabilità dovute a variazioni climatiche e di prezzo, aumentando le probabilità di malcontento.

Anche relazioni commerciali all’interno di una cornice istituzionale ben strutturata favoriscono la pace. La World Trade Organization (organizzazione per il commercio mondiale) cerca di sostenere tale cornice. L’operato della WTO non sortisce sempre effetti positivi ma rappresenta in sé pur sempre un tentativo nella direzione giusta. Statistiche dimostrano invece che sanzioni commerciali punitive contro “stati canaglia” rafforzano il gruppo dirigente al potere perché agli occhi del popolo può dimostrare la cattiveria degli esterni, esacerbando pure nascostamente la loro condizione e dando poi colpa alle sanzioni (così si rafforzò il regime fascista dopo le sanzioni del 1935 inflitte dalla Società delle Nazioni).

Si cade sempre lì: è la relazione ciò che conta. Interrompere le relazioni porta assai difficilmente benefici.