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Posted on 1Ago, 2016

L’ontologia della persona in “Comunione e alterità” di I. Zizioulas

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1469748550130-1886699893di Dario Chiapetti • Sin dagli albori del pensiero l’uomo ha formulato la quaestio riguardante la relazione ontologica tra unità e molteplicità. Cosa sta all’origine dell’essere? Da quale dinamismo la realtà è modellata? La filosofia antica si è mossa, da un lato, verso una visione secondo la quale l’Uno è l’Essere e il molteplice è solo una sua manifestazione sempre più degradata (Platone e il medio e neoplatonismo), dall’altro, assumendo come categoria di comprensione dell’essere quella di “sostanza” (Aristotele e Tomismo). Il pensiero cristiano, nella grande scia del pensiero biblico e mosso dal Big-bang dell’evento pasquale di Cristo, opera una delle più grandi rivoluzioni del pensiero: all’origine dell’essere non vi è l’Uno in contrapposizione ai Molti ma l’Uno simultaneamente ai Molti, non vi è la sostanza ma la Persona, non vi è la necessità ma la volontà e la libertà.

Una trattazione di quanto esposto è presentata in Comunione e alterità (Lipa, 2016, 359 pp.) del metropolita e teologo Ioannis Zizioulas che fa tesoro del guadagno teologico e filosofico proprio già dei Padri Cappadoci e di filosofi moderni quali Martin Buber e Emmanuel Lévinas.

L’Uno simultaneamente ai Molti è all’origine dell’essere. L’evento-Cristo, dischiudendo la prospettiva di fede trinitaria, ha allargato – o, meglio, approfondito – il concetto di monoteismo: l’aitia della Trinità non è la divina sostanza o la comunione delle divine Persone ma il Dio Uno, l’Uno dei Molti, il Padre che liberamente e per amore causa il Figlio nello Spirito. Non è questa una fenomenologia, quasi a dire che il Padre pre-esiste al Figlio, ma un’ontologia: il Padre è la causa del Figlio. Ma, se il Padre è tale, lo è, e non può non esserlo, in relazione al Figlio. Ecco che quando si dice “Padre” non si può non dire “Figlio”. La Prima Persona della Trinità è tale – Persona – in relazione alla Seconda Persona della Trinità: all’origine dell’essere c’è l’alterità e, inoltre, la persona non è l’individuo o l'”individua sostanza” (Boezio), ma soggetto-in-relazione. È la messa a fuoco della categoria di “reciprocità” che completerebbe il quadro, approfondendo il concetto stesso di “relazione” e gettando così ancor più luce sul mistero di Dio e dell’uomo.

Se all’origine di tutto vi è la Persona che nell’atto stesso di essere dà vita nella libertà e per amore al suo modo d’essere (la Trinità), all’origine del creato non vi è una plasmazione di una materia già esistente secondo i criteri necessitanti del buono e del bello (Platone) ma la creatio ex nihilo: il nulla come assoluto non-essere chiamato ad essere. E il punto emergente di tutta la creazione, dove si concentra massimamente la libertà e l’amore di Dio, è l’uomo, l’imago dei che è costituito non da una sostanza ma da una chiamata personale, chiamata a portare sé e tutto ciò che entra a far parte di sé, il creato, all’Altro per eccellenza (funzione sacerdotale).

L’uomo, in quanto creatura, afferma Zizioulas appoggiandosi ad Atanasio, è mortale e il peccato fa sì che “distinzione” divenga “divisione”. Ora, l’anima è resa immortale non in ragione della sua natura ma a opera della risurrezione di Cristo: tale passaggio è certo un guadagno per la teologia, anche se una lettura di tutto l’evento pasquale potrebbe aprire orizzonti di comprensione ancora più vasti. Ciò fa sì che l’opera della redenzione acquisti una funzione non riparatrice o, peggio ancora, accessoria, ma riveli l’intero progetto di salvezza di Dio che ha inizio con la creazione e giunge a compimento con la deificazione dell’uomo, e in esso di tutto il creato, che avviene tramite l’incorporazione in Cristo che, a sua volta, compie il nostro essere in relazione all’alterità del Padre, l’unica a dare massima realizzazione all’identità della persona.

Dio e il mondo possono essere uniti solo nella persona del Logos: “è solo una persona che può esprimere la comunione e l’alterità simultaneamente”. Come? Il punto di riferimento è il dettato calcedonese: senza divisione e senza confusione. Il “senza divisione” dice l’unione tra creato e increato che avviene massimamente quando il soggetto esce tutto da se stesso per andare incontro all’altro: a livello cristologico nel momento kenotico dell’incarnazione; a livello antropologico, pienamente, nella morte, il massimo movimento estatico dell’amore, l’unico ad assicurare immortalità. Il “senza confusione” dice che le identità dei soggetti non sono perse ma ancor più distinte, ancor più realizzate: è questa un’altra condizione di possibilità dell’immortalità.

Persona, libertà e alterità sono i concetti ontologici primari, come, del resto, già si comprese al Costantinopolitano I quando si decise di passare dall’espressione “dalla sostanza del Padre” a “dal Padre” per descrivere la generazione del Figlio e di non ricorrere a homousios per affermare la divinità dello Spirito: un’ontologia della persona supera le strettoie del pensiero sostanzialista e mostra rilevanti implicazioni nei più svariati ambiti, da quello ecclesiologico a quello pastorale, tutte da individuare e tradurre in modi di pensare e di agire.