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Posted on 1Ago, 2014

La saggezza del Magistero sociale della Chiesa

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di Leonardo Salutati • Chi sa quante crisi finanziarie si sarebbero evitate se si fosse dato ascolto alle parole del Magistero sociale della Chiesa? Infatti già più di un secolo fa nel 1891, Leone XIII nella Rerum novarum segnalava tra le cause delle misere condizioni delle classi subalterne: «un’usura divoratrice» che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continuava lo stesso, sotto altra specie, «ad opera di ingordi speculatori», affiancata dal monopolio della produzione e del commercio (RN 2). Pare poi un’allusione al comportamento delle banche il ricordare che: «È dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con la prepotenza, né con l’inganno, né con l’usura» (RN 17).

Dopo la grande crisi del 1929, Pio XI nel 1931, nella Quadragesimo anno denunciava che il potere economico è esercitato più che mai dispoticamente da coloro che detenendo la ricchezza, «Lo fanno da padroni, dominano il credito e concedono prestiti a chi vogliono» (QA 105) e sottolineava che, accanto all’imperialismo economico, vi era un: «Non meno funesto ed esecrabile internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene»(QA 108).

Papa Giovanni Paolo II, commemorando l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, nella Sollicitudo Rei Socialis, aveva chiaramente sottolineato la necessità di un deciso ripensamento delle moderne strutture economico-finanziarie, denunciando tra le scelte e i comportamenti contrari alla volontà di Dio e al bene del prossimo, «la brama esclusiva del profitto» e «la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà» da raggiungere «a qualsiasi prezzo» (SRS37). Comportamenti che favoriscono lo sviluppo di «strutture di peccato» in modo tale che: «Se certe forme di “imperialismo” moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo dall’economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia» (SRS 37).

Nonostante che il Magistero Sociale della Chiesa non abbia mai cessato di richiamare al rispetto dell’ordinata gerarchia dei valori che vuole «la subordinazione dei beni e dalla loro disponibilità all’“essere” dell’uomo ed alla sua vera vocazione» (SRS 28), per evitare che l’avere di alcuni possa risolversi a danno dell’essere di tanti altri, nella gestione delle attività finanziarie continua a dominare in maniera assoluta il dogma del capitalismo liberale del diritto del denaro a produrre interesse sempre, dovunque e comunque, senza voler considerare che non il denaro produce denaro ma l’inventiva di chi lo usa associandolo al lavoro.

Così quanto più si avvalora la pretesa del capitale finanziario di vantare diritti per il solo fatto di esistere, tanto più si indebolisce il primato del lavoro e dell’uomo, ignorando un principio su cui si sono soffermati praticamente tutti i documenti della dottrina sociale della Chiesa, fino alla recente esortazione apostolica di papa Francesco (EG 53; 192; 203-205), e limpidamente espresso da Giovanni Paolo II: «Di fronte all’odierna realtà (…) nella quale i mezzi tecnici – frutto del lavoro umano – giocano un ruolo primario (…), si deve prima di tutto ricordare un principio sempre insegnato dalla Chiesa. Questo è il principio della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale”. (…) Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo» (LE 12).

È curioso, diciamo così, che poco meno di 20 anni dopo queste affermazioni nella Laborem exercens del 1981, tra i principali attori e ideatori dell’attuale sistema economico circolassero idee che coincidevano in parte con i principi del Magistero sociale. Iniziò il famigerato speculatore finanziario George Soros con un suo saggio, La minaccia capitalistica (1997), in cui denunciava l’imperfezione del mercato e la necessità di solidarismo e poi, ancora, con La crisi del capitalismo globale (1999), in cui denunciava i pericoli del «fondamentalismo del mercato», lanciando l’allarme su una possibile colossale crisi mondiale, dalla quale sarebbe stato difficile riprendersi (sic), che affondava le sue radici nella sostituzione dei valori monetari a quelli umani. Lo seguirono a ruota esponenti di prima grandezza del mondo economico-finanziario. Tra questi Robert Bartley, anima di quel gruppo di finanzieri ed economisti che ispirò e in parte si mosse a traino del reganismo; John Gray, professore ad Oxford, thatcheriano convinto poi pentito; Paul Samuelson, professore al MIT, premio nobel per l’economia già consigliere di Kennedy e leader della scuola di Boston; John Kenneth Galbraith, ideologo del sogno kennediano e pilastro dell’università di Harvard, che ammise di essersi sbagliato riguardo all’ottimismo, nei confronti del capitalismo liberale, espresso nel best seller del 1958 The affluent society; Michel Camdessus, allora presidente del Fondo Monetario Internazionale, che scoprì le tre virtù necessarie per il XXI secolo: responsabilità, solidarietà e cittadinanza. Joseph E. Stiglitz, altro premio nobel, che è passato dall’essere Vice presidente e Capo economista della Banca Mondiale (2000) a membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (2003).

Che dire? Tornano in mente le parole del libro dei Proverbi: «Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza e i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza?» (Pr 1,22).