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Posted on 1Dic, 2015

Abitare l’unità

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2151027-02di Alessandro Clemenzia • L’unità spesso, in ambito ecclesiale, viene intesa come un obiettivo giuridico da raggiungere attraverso un intenso lavoro di dialogo teologico; eppure essa può essere anche un luogo abitabile nell’oggi. E di ciò è l’esperienza stessa a fare da verifica, come è accaduto lo scorso ottobre durante la visita del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, in occasione del conferimento del dottorato h.c. in Cultura dell’unità da parte dell’Istituto Universitario Sophia; evento preceduto da una visita del Patriarca nella città di Firenze.

Abitare l’unità. Questa è la frase che può fungere da sintesi del viaggio di Bartolomeo I nella terra di Toscana. L’unità come Luogo dei luoghi, spazio vivibile offerto all’uomo dove comprendere in modo esperienziale che la realizzazione di sé avviene attraverso l’affermazione dell’altro, nel riconoscere cioè alla diversità un valore inalienabile e insostituibile. Ed è proprio dall’abitare il luogo dell’unità che scaturisce una nuova cultura: in questo orizzonte trova il suo significato più autentico e profondo il conferimento del Dottorato.

Un primo luogo in cui si è fatta esperienza di questo “abitare” è stata la divina liturgia: la preghiera del vespro nel Battistero fiorentino, davanti allo splendore artistico di quei mosaici «in cui – ha spiegato in quell’occasione l’Arcivescovo Betori – la tradizione orientale si unisce ai primi passi dell’arte sacra occidentale, in una simbiosi che vuole essere segno di fraternità». Ed è proprio attraverso i mosaici che i credenti vengono raggiunti da quella Presenza che, sola, sa contemporaneamente unire distinguendo, e distinguere consumando in uno.

Perché questo “abitare” diventi cultura, è necessario che l’unità non sia limitata a quei presupposti teoretici che la generano e animano costantemente, ma che si sappia calare fino alle relazioni sociali. In altre parole, la cultura è tale là dove un pensiero sa tradursi in esperienza, sa darsi nella concretezza, generando così «uomini nuovi in un mondo nuovo», come ha affermato il Patriarca rivolgendosi ai giovani della Cittadella della pace Rondine (Arezzo). Anche l’unità, dunque, rischia di rimanere un astratto concetto teoretico filosofico e teologico, se non è capace di farsi evento relazionale, se non va a toccare, dal di dentro, le relazioni interpersonali quotidiane.

Abitare l’unità significa simultaneamente riconoscere alla diversità il suo presupposto e la sua condizione di possibilità. Durante la Lectio Magistralis, conferita in occasione del conferimento del Dottorato, Bartolomeo I ha ribadito la necessità, non solo in ambito ecclesiale, ma soprattutto antropologico e sociologico, «di diventare per il mondo icone di Cristo e come lui nell’unità essere anche diversità». In questo senso «il principio della diversità come ricchezza diviene possibilità di comprendere e di essere compresi, ricapitolati in Cristo». Essere icone della diversità significa riconoscere l’altro proprio per il suo valore di essere-altro; significativa per esprimere questo dinamismo relazionale è la rappresentazione dell’Ospitalità di Abramo di Andrej Rublëv, spiegata da Bartolomeo (e ripresa dal cardinale Giuseppe Betori durante il saluto ufficiale al Patriarca), in cui «ogni persona o angelo china teneramente il proprio capo di fronte all’eguale valore e alla consustanzialità delle altre due» (Gloria a Dio per ogni cosa, Edizioni Qiqajon, Magnano [Bi] 2001, p. 36). Unità significa saper teneramente chinare il proprio capo di fronte all’eguale valore dell’altro, tanto che è nel tu che l’io trova la sua specificità. E questo significa che la Chiesa è tale se conserva lungo i secoli un’identità aperta, se è sempre disponibile ad aspettare e ad accogliere la novità di Dio che la raggiunge attraverso l’altro.

Tale consapevolezza rende l’occhio credente idoneo a saper leggere la realtà in modo trasfigurato, ad avere cioè uno sguardo che sappia cogliere in profondità tutto ciò che è evidente; così che anche gli eventi che a primo impatto sembrano assumere un volto unicamente negativo, acquistano un significato nuovo. Incredibile, a tale proposito, è stato il riferimento del Patriarca, nel saluto durante la celebrazione del vespro in Battistero, al Concilio di Firenze, da sempre misconosciuto dalle Chiese ortodosse: anche quell’evento, ha affermato Bartolomeo I, è stata un’occasione per fare esperienza ecclesiale del “pensare insieme”.

Abitare l’unità, dunque, significa vivere l’evento relazionale di chi sa affermare l’altro proprio in quanto altro, e, contemporaneamente, sa riconoscere l’altro come insostituibile possibilità della propria esistenza. L’unità, dunque, non è una statica situazione giuridica, ma una dinamica che raggiunge l’uomo assetato di essa, il quale non si accontenta di accordi e compromessi per ottenere qualcosa, ma lascia che sia il Tutto ad accadere lì dove due o più sono riuniti nel Suo nome.