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Posted on 1Dic, 2015

A 50 anni dalla promulgazione della “Gaudium et spes”

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gaudiumdi Leonardo Salutati • Possono aver destato sorpresa in alcuni certi passaggi del discorso che Papa Francesco ha pronunciato il 10 novembre scorso in Duomo a Firenze alla Chiesa Italiana riunita in convegno, quando ha ricordato che: «Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste»; oppure quando dichiara di preferire: «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».

In realtà tali esortazioni sono molto meno sorprendenti e dettate dalle circostanze di quanto non si pensi. Piuttosto esse sono in perfetta continuità con quanto indicato proprio 50 anni fa da Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II approvata, alla vigilia della chiusura del Concilio, il 7 dicembre 1965.

Tale documento rappresentava un’assoluta novità nel corso dei duemila anni di storia dei Concili. Precedentemente vi erano stati costituzioni, decreti, dichiarazioni ma mai una costituzione pastorale. Gaudium et spes, infatti, non si occupa soltanto di problemi interni di fede e di disciplina, ma tratta anche delle questioni degli uomini d’oggi, rivolgendosi non soltanto ai propri fedeli ma a tutta la famiglia umana.

In particolare, la grande novità è stata quella di aver sentito come non mai in questa occasione: «il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento» (Paolo VI, Allocuzione, 07.12.1965). Un sentimento quanto mai significativo se si tengono presenti le «distanze e (le) fratture verificatesi negli ultimi secoli, nel secolo scorso e in questo specialmente, fra la Chiesa e la società profana». Questa inedita “apertura sul mondo” non era altro che un atteggiamento «suggerito dalla missione salvatrice essenziale della Chiesa» e profondamente guidato dalla carità, che fa della «dilezione ai fratelli il carattere distintivo» dei discepoli del Signore (cfr. Ibid.). Nuova è anche l’audacia con cui la Gaudium et spes ha voluto e saputo affrontare i molteplici problemi antropologici e sociali che da lungo tempo covavano sotto la cenere e che poi hanno trovato, soprattutto nelle pagine della sua seconda parte dedicata ad alcuni problemi più urgenti, una considerazione ampia e articolata

Vi è anche un modo nuovo della Chiesa di comprendere se stessa in relazione al mondo contemporaneo. Non come madre e maestra ma come una realtà parte del mondo e solidale con il mondo. Al n. 40 si dice: «la chiesa … cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana». Tale comprensione conduce ad assumere un nuovo atteggiamento, dialogale, non cattedratico, attento alle aspettative degli uomini con i quali si intende condividere gioie e sofferenze, gaudium et spes, luctus et angor. Inoltre, dando prova di una inedita capacità di autocritica, si riconosce la corresponsabilità dei cristiani in alcuni fenomeni del nostro tempo – per esempio quello dell’ateismo moderno (cf. n. 19) – anticipando così il mea culpa di S. Giovanni Paolo II che, a sua volta, sorprese la cristianità in occasione del giubileo del 2000.

L’intento di fondo è espresso al n. 10 quando si afferma che: «nella luce di Cristo… il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo». Sulla base di tale fondamentale convinzione Gaudium et spes intraprende una doppia riflessione. Da una parte legge i segni dei tempi alla luce del Vangelo (cf. n. 3 s, 10 s, 22, 40, 42 s, ecc.); dall’altra accetta la sfida che essi rappresentano (cf. n. 40, 44, 62), elaborando un’interpretazione del mondo, dell’uomo e delle modalità dell’annunzio evangelico, adeguata ai tempi, riconoscendo come suo compito specifico e oggetto della riflessione teologica quello di: «continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3). Appunto una chiesa, come ha ricordato Papa Francesco, che abbia gli stessi«sentimenti di Gesù».