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Posted on 2Feb, 2015

Ancora la “Dei Verbum”. Con i Padri della Chiesa

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Otsydi Carlo Nardi • La Dei Verbum rammenta due volte i Padri della Chiesa: li chiama testimoni della tradizione degli apostoli, viva ed atta a far vivere la vita cristiana (§ 8); interpreti della Scrittura, che aiutano a comprenderla, amarla e viverla (§ 3). Personaggi, quindi, che è bene frequentare, perché ci parlano di Dio.

Ma chi sono i Padri? Intanto, sono cristiani che hanno scritto qualcosa, chi più – come sant’Agostino! –, chi meno. Tutti però, in un modo o in un altro, trasmettono anche con i loro scritti la loro paternità. In modo scolastico, si qualificano per quattro caratteristiche: sono antichi, sono santi – i santi Padri –, sono di retta fede, sono riconosciuti come tali dalla Chiesa. Per dirla in modo telegrafico: antichità, santità, dottrina, riconoscimento. E se manca una di queste qualifiche? Sono retrocessi a scrittori ecclesiastici. C’è chi, come Clemente di Alessandria, sembra aver avuto meno fortuna per non essere entrato nell’albo d’oro.

Comunque, Padri e scrittori ecclesiastici hanno avuto e hanno tuttora un particolare significato. Sono importanti nella trasmissione della fede e della vita cristiana, i Padri anche per la loro intercessione.

Quanto sono antichi? Si va dagli apostoli esclusi, perché questi ultimi, fuori serie, sono più padri dei Padri. Ma i Padri come Clemente di Roma, Policarpo di Smirne, Ignazio di Antiochia, Papia di Gerapoli hanno conosciuto gli apostoli e perciò sono detti Padri apostolici. Dagli apostoli infatti ricevono la consegna della fede, del culto e della vita cristiana con le Scritture ispirate anche del Nuovo Testamento. Loro le spiegano, le predicano ai primi cristiani nell’ambito delle consegne ricevute. E scrivono, sopprattutto lettere, come avevano fatto gli apostoli.

Ma fino a che periodo si può parlare di Padri della Chiesa? Generalmente fino al papa san Gregorio Magno o sant’Isidoro di Siviglia per l’occidente latino e san Giovanni di Damasco, il “sigillo dei Padri” per l’oriente greco. Sono vissuti nei primi sette o otto secoli di cristianesimo, la storia della chiesa antica. Perché questa cronologia? Tanto più che non corrisponde a quella della storia civile, almeno quella che imparammo a scuola, con il fatidico 476, la data della fine della parte occidentale dell’impero: deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo ad opera del re erulo Odoacre e insegne imperiali impacchettate e spedite all’imperatore d’Oriente a Costantinopoli. Fine della storia antica e inizio del medioevo, grosso modo, s’intende.

Invece, che cos’hanno di speciale quei sette o otto secoli per la storia della Chiesa e dello studio dei suoi Padri? Sono i secoli in cui il cristianesimo prende coscienza di quello che è: proviene dall’ebraismo, ma non è più l’ebraismo, perché Dio è uno, ma è anche trino, Padre e Figlio e Spirito Santo, e il Figlio si è fatto uomo, Gesù di Nazaret, il Cristo salvatore. D’altra parte il cristianesimo non è paganesimo con i suoi tanti dèi e semidei e démoni, divini e celesti quanto si vuole, ma a mezza strada tra Dio e noi. No. L’unico mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù, il Messia, congiunge Dio e l’uomo, che è vero Dio e vero uomo. Ora, ad esprimere la sostanza della fede rivelata ci hanno pensato i Padri a parlarci di Gesù in rapporto al Padre (la dottrina trinitaria), di Gesù in sé (la cristologia), di lui in rapporto a noi, la nostra salvezza, e a farci capire quello per cui il cristianesimo è cristianesimo. Difatti, del Credo, quello breve, il Simbolo cosiddetto apostolico, come di quello della domenica e delle feste comandate, il Simbolo niceno-costantinopolitano, siamo debitori ai santi Padri, alla Chiesa patristica, quella appunto dei primi due concili ecumenici, Nicea (325) e Costantinopoli (381). Ed anche l’ultimo concilio che raccoglie i frutti della riflessione dell’ultimo Padre greco, san Giovanni di Damasco, il Secondo concilio di Nicea (787) sulla venerazione delle immagini sacre sviluppa la fede in Dio fatto uomo, carne, figura umana.

I Padri sono personaggi di tanto tempo fa, ma sono ancora padri nella fede. La Chiesa in vari modi sente in loro la sua fede, quella degli apostoli, e vi ritrova la santità della vita donata, anche fino al martirio. Per questo li riconosce, li interpella e li rammenta. C’invita ad ascoltarli nei loro scritti, a ritrovarci nelle loro situazioni in una di quelle città, di quei porti di mare, tra Asia, Africa ed Europa affacciate sul Mediterraneo antico e comunicanti per le vie romane, da cui tutto, uomini e dèi, merci e idee, partiva, passava e arrivava. E loro, i Padri, hanno voluto dare una mano a Gesù a passare e venire anche da noi. Si mise d’impegno, sull’esempio di sant’Ambrogio, anche san Zanobi, vescovo di Firenze verso l’anno 400, a percorrere queste nostre campagne, segnate dalle pietre miliari? Sono le nostre memorie patristiche fiorentine, tra storia e leggenda, non estranee alle attenzioni elaborate dalla Dei Verbum (§ 8)