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Posted on 1Gen, 2017

«Il signore dell’altissimo canto»

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paolo-vi-2di Andrea Drigani • La Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, in collaborazione col Centro Dantesco di Ravenna, ha promosso nella nuova sede di Firenze, recentemente inaugurata, una Cattedra di Teologia Dantesca che quest’anno affronterà le questioni dell’impianto teoretico del pensiero di Dante tra francescanesimo e scuola domenicana, Dante ed il suo rapporto con la Sacra Scrittura ed i Padri della Chiesa, la dottrina trinitaria del Sommo Vate ed un saggio esegetico su San Francesco d’Assisi nel Canto XI del Paradiso. Le radici di questa iniziativa si possono ritrovare nella Lettera Apostolica «Altissimi cantus» che il Beato Paolo VI pubblicò il 7 dicembre 1965, nel settimo centenario della nascita dell’Alighieri. Una ricorrenza che vide, a Firenze, la partecipazione di oltre cinquecento padri del Concilio Vaticano II, alle celebrazioni religiose in Santa Maria del Fiore e nel Battistero di San Giovanni. Proprio nel Battistero fu collocato il dono di Paolo VI: il monogramma in oro di Cristo incastonato in una corona d’alloro dorata, in segno della grandissima riconoscenza del mondo cristiano a Dante, che aveva cantato in modo mirabile «la verità che tanto ci sublima» (Par XXII,42). Paolo VI, nell’«Altissimi cantus», scriveva che Dante è nostro, cioè della religione cattolica, perché tutto spira amore per Cristo; perché amò molto la Chiesa, perché riconobbe e venerò nel Romano Pontefice il Vicario di Cristo in terra. Papa Montini non voleva dare, però, alla cattolicità di Dante, il significato di un trofeo ambizioso e orgoglioso, quanto piuttosto per ricordare il dovere di riconoscerlo tale, e di esplorare nella sua opera le ricchezze inestimabili della forza e del senso del pensiero cristiano, nella convinzione che solo scavando nelle segrete profondità dell’animo religioso del sommo poeta si può comprendere a fondo e gustare con pari piacere i meravigliosi tesori spirituali nascosti nel poema. Paolo VI, inoltre, rileva che il fine della Divina Commedia è anzitutto pratico ed è volto a trasformare e convertire. Essa in realtà non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma soprattutto di cambiare radicalmente l’uomo e di condurlo dal disordine alla sapienza, dal peccato alla santità, dalle sofferenze alla felicità, dalla considerazione terrificante dei luoghi infernali alle beatitudini del Paradiso. Stando così le cose – continuava Papa Montini – la Divina Commedia può essere chiamata un «itinerarium mentis in Deum», dalle tenebre della dannazione eterna alle lacrime della penitenza purificatrice e, di grado in grado, da una luminosa chiarezza a una ancor più lucente, da un amore fiammante a uno ancora più fiammante, su su fino alla fonte della luce, dell’amore e della dolcezza eterna: «Luce intellettual, piena d’amore / amor di vero ben, pien di letizia / letizia che trascende ogni dolzore» (Par XXX, 40-42). Paolo VI osserva che Dante è stato onorato col titolo di teologo, prevalse però, per un consenso unanime, l’appellativo di sommo poeta. L’onore di entrambi i titoli gli si addice giustamente. Tuttavia non va considerato poeta, bensì teologo, ma ancor meglio signore dell’altissimo canto, poiché si rivelò teologo dalla mente sublime. Chi può mettere in dubbio – si legge ancora nell’«Altissimi cantus» – che il senso religioso, le verità di fede, gli aneliti che dal finito salgono verso l’infinito, siano stati e siano sempre una fonte da cui la poesia sgorga abbondantemente? Quando con il linguaggio che le è proprio la poesia esprime l’esperienza mistica, i moti della grazia, l’estasi, quando si eleva alla suprema Bellezza, al Bene e al Vero che trascende l’umana intelligenza, proprio allora essa diventa un dono prezioso della bontà divina, un riflesso della sua gloria. Paolo VI, nella Lettera Apostolica, accenna pure alla dottrina politica di Dante, contenuta nella «Monarchia», osservando, tra l’altro, che all’imperatore è affidato il compito, più che altro di ordine morale, di far trionfare la giustizia e di annientare l’avidità, che è causa di disordine e di guerra: da ciò appare necessaria la monarchia universale. Questa, tratteggiata in termini medievali, esige una potestà sovranazionale che faccia vigere un’unica legge a tutela della pace e della concordia tra i popoli. Il presagio del divino poeta – annotava Papa Montini – non è affatto utopistico, dal momento che ha trovato una qualche attuazione nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, in attesa delle formazione di un’autorità politica mondiale, secondo l’auspicio di Giovanni XXIII nell’ Enciclica «Pacem in terris». Paolo VI concludeva con l’invito affinchè tutti onorassero Dante, poiché egli tutti riguarda: onore del nome cattolico, cantore ecumenico ed educatore del genere umano, e con maggior diligenza lo dovrebbero onorare coloro che gli sono più vicini per religione, per carità di patria, vissitudini e affinità di studio. Un richiamo, quello dell’«Altissimi cantus», che non può essere disatteso.