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Posted on 1Mar, 2015

La distruzione creativa non è il meglio che si possa immaginare

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cop (2)di Leonardo Salutati • Continuando il discorso iniziato il mese scorso, nell’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium, troviamo varie affermazioni che trovano riscontro nell’analisi economica. Per esempio quando il Papa critica la teoria della ricaduta favorevole che, pur apportando qualche modesto vantaggio ai poveri, di fatto favorisce un’economia dell’esclusione (n. 53) e sviluppa una globalizzazione dell’indifferenza (n. 54), sottolinea quello che troppi osservatori e studiosi non vedono o fingono di non vedere, ovvero che povertà assoluta e diseguaglianza sono cose diverse. Per cui la lotta alla povertà assoluta non può essere il rimedio anche per la lotta alle diseguaglianze sociali. Il fatto denunciato dal Papa è che, mentre per condurre la prima lotta ci si potrebbe anche accontentare di un intervento sui meccanismi redistributivi della ricchezza – ad esempio tassazione, assistenzialismo, generosità, altruismo, ecc. – se si vuole agire sulla riduzione delle diseguaglianze occorre invece intervenire sui meccanismi stessi di produzione della ricchezza. Tale intervento però è decisamente osteggiato perché andrebbe ad interferire con quello che J.A. Schumpeter chiamò, in un suo testo, giustamente famoso, del 1942 (Capitalismo, Socialismo e Democrazia), il vero motore del capitalismo: la distruzione creativa.

Con tale concetto Schumpeter descrive il funzionamento dell’economia di mercato dove l’innovazione, i nuovi beni di consumo, i nuovi metodi di produzione o di trasporto, i nuovi mercati, le nuove forme di organizzazione industriale create dall’impresa capitalistica, sono il motore di un processo capace di elevare il livello di vita della massa di popolazione nei paesi sviluppati in modo inimmaginabile nel passato. Tuttavia come è apertamente dichiarato dall’espressione sintetica di Schumpeter, il processo non è solo creativo, ma comporta anche un considerevole grado di distruzione. L’evolversi di un’economia di mercato, infatti, causa inevitabilmente un’immensa varietà di cambiamenti in determinati ambiti di domanda e offerta, generando non solo crescita e profitti, ma anche perdite. Per chi viveva vendendo particolari beni o servizi per soddisfare una domanda che inizia a diminuire o sta scomparendo, per chi aveva sede in una località non più adatta alle nuove configurazioni geografiche della produzione, per chi si avvaleva di tecniche di produzione che non rappresentano più un metodo idoneo a massimizzare i ricavi netti, per chi dispone di competenze o di un’esperienza che non riescono più ad attirare acquirenti nel mercato del lavoro e per innumerevoli altri soggetti, lo sviluppo economico comporta ansietà, delusione, perdite e, in alcuni casi, il fallimento vero e proprio. Ovviamente per tutti costoro è una ben magra consolazione constatare che il profitto tende a crescere, quando viene distrutto il vecchio equilibrio di mercato per crearne uno nuovo grazie alla grande idea degli imprenditori innovativi. Il fatto, evidente ma adeguatamente taciuto, è che è semplicemente impossibile lo sviluppo economico senza perdenti. Un’economia di mercato è un sistema di profitti e di perdite. I profitti segnalano la desiderabilità (per i consumatori) di spostare risorse verso nuovi impieghi; le perdite segnalano la desiderabilità (per i consumatori) di rimuovere risorse dagli impieghi correnti. Da una parte gli individui sono attirati dalla prospettiva di una più elevata soddisfazione economica, dall’altra sono allontanati dalle prime avvisaglie di persistente affanno economico. In tal modo il sistema complessivo assume continuamente nuove forme, in modo da adattarsi più efficacemente alla distribuzione prevalente di domanda e offerta. Agli espulsi penseranno, eventualmente, i programmi assistenzialistici. Un tale sistema economico, che è poi l’attuale sistema liberista, è infatti capace di sospingere la crescita economica, ma non è altrettanto capace di gestirne le conseguenze negative, che acquisiscono poi dimensioni estremamente gravi se dal mondo dell’economia reale ci spostiamo a quello oggi pervadente della finanza.

La critica di Papa Francesco ha, dunque, una sua consistenza ed è confermata dai fatti recenti. Le grandi banche di Wall Street hanno spacciato titoli tossici ad ignari acquirenti fino al giorno precedente lo scoppio della bolla finanziaria del 2008. A questo si aggiunga che gli economisti di professione sono stati complici di questo processo, accantonando la deontologia professionale nel momento in cui a molti venivano offerti impieghi estremamente ben remunerati a Wall Street. Il risultato è stato che la disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati avanzati sta raggiungendo il più alto livello nell’arco di un secolo; l’illegalità e la corruzione nel mondo della finanza hanno quasi portato al crollo dell’economia mondiale e, in un’epoca di ricchezza globale senza precedenti, i poveri di tutto il mondo sono stati spesso lasciati soli a cercare di sopravvivere in mezzo a tremende avversità. Il forte richiamo del Papa alle esigenze etiche della vita economico-sociale è, senza dubbio, motivato.