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Posted on 1Mar, 2016

Liceità non sempre fa rima con onestà

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corpus..di Andrea Drigani • C’è la chiara percezione, ai nostri giorni, che la legge civile si sposti in direzione opposta alla legge morale. Questa divaricazione, tuttavia, non è nuova né recente. Il giureconsulto romano Paolo Giulio, vissuto nel III secolo d.C., aveva scritto: «Non omne quod licet honestum est» («Non tutto ciò che è lecito è onesto»). Tale aforisma fu collocato nel «Corpus iuris civilis» promulgato dall’Imperatore romano d’oriente Giustiniano tra il 530 e il 565. Questa «regula iuris» di Paolo Giulio non è una definizione, bensì un giudizio, una constatazione. «Licet» significa che è consentito, non vietato, permesso, indicando una facoltà, non un obbligo. «Honestus» vuol dire moralmente degno di rispetto, onorevole, dignitoso, decoroso, retto, virtuoso. Già all’epoca di Paolo Giulio, dunque, si prendeva atto che la legge civile permetteva, anche se non imponeva, dei comportamenti inonesti. Come nel caso del concubinato, cioè la convivenza tra un uomo e una donna al di fuori del vincolo giuridico matrimoniale, che aveva una qualche rilevanza legale. Il giureconsulto Jacques Cujas, detto in italiano Jacopo Cuiacio (1522-1590), commentando la predetta «regula» di Paolo Giulio annotava, appunto, che il concubinato era lecito ma non era onesto. Le ragioni di questa tolleranza erano, probabilmente, di natura politica, nell’intento di allargare il consenso, con la speranza (o l’illusione?) di mantenere il più possibile in pace la compagine sociale. Il pensiero cristiano ha costantemente insistito sulla necessità che la legge civile fosse conforme o almeno non contraria alla legge morale, ma l’accoglienza di questa istanza da parte dei governanti, durante il corso dei secoli, non è mai stata piena, generando il grave fenomeno del legalismo, per il quale un comportamento consentito dalla legge civile diviene pure moralmente accettabile. La divergenza tra le norme civili e le norme morali, ricevute dalla tradizione cristiana, cresce continuamente al punto che quest’ultime sembrano annullate e le leggi civili diventano fonti di una «nuova» moralità. In tal modo si induce a ritenere che tutto ciò che è lecito sia anche onesto, ribaltando completamente l’antico aforisma di Paolo Giulio. E’ bene, invece, che «licet» e «honestum» continuino ad essere distinti e a volte contrapposti. Questo perché esistono due leggi. Sin dai tempi di Gesù sappiamo che ci sono la legge di Cesare e la legge di Dio. E sappiamo, inoltre, che i cristiani sono tenuti ad obbedire alla legge di Cesare, purchè non sia in contrasto con la legge di Dio, come ci rammenta il Libro degli Atti degli Apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29). Talvolta è capitato e di recente capita frequentemente che le leggi civili invece di comandare, consentono un comportamento, non vietano, concedono una facoltà. E’ un modo imperfetto di legiferare perché non si regola niente, ma si registrano fatti anche contrari alla legge morale. Dinanzi a siffatte leggi civili esiste solo il diritto di avvalersi o di non avvalersi delle concessioni previste dalle leggi medesime. E’ possibile fare obiezione di coscienza nei confronti di queste leggi? Questo è possibile, ma da un punto vista esclusivamente etico; tale obiezione, infatti, sarebbe, nell’ambito giuridico-civile, irrilevante. Si può decidere, per motivi di coscienza, di non usare delle facoltà accordate dalla legge, senza che questa decisione abbia conseguenze legali. Una legge civile, che renda lecito ciò che non è onesto, dopo che è stata approvata, nonostante una giusta e doverosa opposizione, può essere ancora contestata da un’azione pedagogica che ricordi come la legge morale, inscritta da Dio nel cuore dell’uomo, sia da considerarsi al di sopra delle permissioni di una legge civile.