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Posted on 1Set, 2015

Da Marco Rizzi una piccola panoramica generale di storia dell’anticristologia

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Rizzi2di Giovanni Campanella • Nel 1895 uscirono due libri, entrambi tedeschi (uno di Hermann Gunkel e uno di Wilhelm Bousset), presso la medesima casa editrice e sullo stesso tema: l’interpretazione dell’Apocalisse (e dell’Anticristo). Marco Rizzi vede (scherzosamente ?) in tale strano evento «una manifestazione della doppiezza caratteristica dell’Anticristo» (Rizzi, p. 9). I libri suddetti dettero avvio alla moderna ricerca storica sull’argomento.

Curiosamente, anche in questo anno 2015, sono usciti due libri sull’Anticristo (non però presso la stessa casa editrice), con lo stesso dipinto in copertina (l’Anticristo di Signorelli nel Duomo di Orvieto): uno è opera di Marco Vannini e l’altro è di Marco Rizzi. Quest’ultimo, docente di Letteratura cristiana antica presso l’Università Cattolica di Milano, ha scritto infatti Anticristo – L’inizio della fine del mondo (Bologna 2015, pp. 216), pubblicato per la collana Intersezioni della Società editrice “il Mulino”. L’opera traccia sinteticamente a grandi tappe una storia dell’interpretazione della figura dell’Anticristo lungo i secoli. Lo stile è narrativo, quasi rasentando talvolta il genere del romanzo storico. L’Autore studia di volta in volta il problema dell’Anticristo, vedendolo dal punto di vista dei personaggi che racconta. Si immedesima nel personaggio, dando voce alla sua paura nei confronti di un pericolo reale incombente, al suo rancore nei confronti di chi lo ha ferito o alla sua percezione del cambiamento del contesto culturale nel quale è immerso. Tali sentimenti influenzano sempre, inevitabilmente, l’esegesi degli stessi passi delle Scritture fatta da diversi personaggi, teologi, artisti, giornalisti.

Il testo è organizzato su quattro capitoli, preceduti da un’introduzione. Il primo capitolo, “Il natale dell’Anticristo”, accompagna il lettore all’interno del pensiero di tre teologi dell’antichità: Ireneo di Lione, un vescovo orientale di nome Ippolito (non l’Ippolito di Roma, anche se è suo contemporaneo) e Agostino. Il secondo capitolo, “Le migrazioni dell’Anticristo”, parte dalla prima grande espansione araba, finisce con Gioacchino da Fiore, poco prima della nascita degli ordini mendicanti, e mostra come perlopiù le previsioni sul teatro di azione dell’Anticristo si siano spostate gradualmente da Babilonia, passando da Gerusalemme, fino a Roma. Il terzo capitolo, “L’Anticristo a Roma”, prende in considerazione la comparsa degli Spirituali, i crescenti malumori nei confronti della curia romana (e degli ambienti ad essa collegati) e, come prevedibile, la dilagante rabbia di Lutero. Il quarto e ultimo capitolo, “L’Anticristo in esilio”, dimostra come dopo il XVI secolo l’Anticristo sia stato confinato ai margini del dibattito teologico, sia tematicamente che geograficamente (era più facile parlarne nelle terre di missione del Nuovo Mondo che nella Vecchia Europa). Questo esilio avvenne per varie ragioni, culturali e politiche: la cristallizzazione delle reciproche “attribuzioni anticristiche” tra cattolici e protestanti, l’avvento dell’Illuminismo, la pressante necessità di difendere i contenuti principali della fede e la constatazione, da parte dei governi dei nascenti Stati nazionali, che vari movimenti religiosi o politici incontrollati, anarchici di fatto, lungo la storia hanno giustificato la propria resistenza nei confronti dell’autorità riconoscendo in essa presunti connotati anticristologici. Invece, in epoca contemporanea, una certa tendenza anarchica rovescia i termini e pone sé stessa sotto il segno dell’Anticristo per dare forza alla propria malintesa libertà.

I ricorrenti passi scritturistici che fanno via, via da sfondo alle differenti storie sono soprattutto le visioni del profeta Daniele (capitoli 7-12 dell’omonimo libro), la parte centrale dell’Apocalisse (principalmente dal capitolo 11 al capitolo 20) e, a fare la parte del leone, i primi dodici versetti del secondo capitolo della Seconda lettera ai Tessalonicesi. Questi passi sono accompagnati in alcuni momenti dalle «apocalissi sinottiche» (Mc 13,14-31 , Mt 24,1-30 e Lc 21,20-33), da Ml 3,23-24 (riferito al ritorno di Elia) e da 1Gv 2,18-23 (riferito all’opera già attuale degli anticristi).

Alcuni, come Agostino, rimasero sobri nelle loro previsioni: illustrando «ai suoi lettori gli avvenimenti finali, Agostino aveva dovuto ammettere la sua incapacità di stabilire chi fosse colui o la cosa di cui Paolo scrive ai tessalonicesi – e poiché la modestia non era la sua dote principale, l’affermazione risulta tanto più rilevante» (Rizzi, p.52). Altri si profusero in vere e proprie biografie dell’Anticristo: uno di questi “biografi” fu Adsone del monastero di Montier-en-Der. Adsone fu sollecitato da Gerberga di Sassonia, regina di Francia, preoccupata per l’imminente fine del primo millennio dopo Cristo e desiderosa di acquisire più informazioni possibili per attuare nell’immediato le manovre politiche più adatte e favorire i propri figli e il suo primogenito, Lotario.

Gerhoch, canonico tedesco della cattedrale di Augusta, poi trasferitosi nell’abbazia di Reichersberg, fu tra i primi a ipotizzare esplicitamente che l’Anticristo avrebbe potuto agire direttamente nella e dalla città di Roma. Queste analisi furono molto influenzate dallo sconvolgimento interiore del canonico di fronte alle feroci lotte tra il legittimo papa Alessandro e l’impostore Vittore, sostenuto dal Barbarossa. I due contendenti “si davano reciprocamente dell’Anticristo” senza troppi complimenti. Il decisivo evento successivo fu che il trattato di Gerhoch capitò nelle mani del più noto Gioacchino da Fiore, il quale ne rimase molto colpito.

Poi, come accennato sopra, il Cinquecento fece da spartiacque nella storia dell’anticristologia. Ciò è testimoniato anche da cambiamenti nelle arti figurative. Prima degli inizi del XVI secolo, non ci si peritava di raffigurare gli episodi della storia dell’Anticristo e della massa dei suoi proseliti, come nelle vetrate di una delle tre finestre absidali della Marienkirche di Francoforte sull’Oder o come negli affreschi di Luca Signorelli nella cappella Nova o di San Brizio nel transetto destro del Duomo di Orvieto. Invece, a metà del ‘500, Michelangelo non lasciò alcuno spazio all’Anticristo nel suo celebre Giudizio Universale nella parete ovest della Cappella Sistina. C’è chi legge questa assenza come segno del declino dell’escatologia collettiva e della speculare accentuazione dell’escatologia individuale: l’immaginario dei cristiani di allora smise progressivamente di contrapporre la massa dei seguaci dell’Anticristo al popolo dei seguaci di Cristo. Ciò fu probabilmente causato dalla stanchezza dovuta a secolari contese o anche determinato dagli inizi del nefasto (ma forse istruttivo?) indebolimento della mediazione ecclesiale nell’autocoscienza del cristiano.

Successivamente, il dibattito sull’Anticristo ha perso mordente tra le cerchie degli intellettuali. Negli ultimi anni, l’esegesi dei passi sull’Anticristo è caduta in pasto ad esagitate sette o movimenti con “biblisti fai-da-te” che si sono lanciati in rocambolesche interpretazioni fino a vedere il 666, il numero della bestia dell’Apocalisse, nel codice a barre, il marchio senza il quale non si può comprare o vendere, marchio menzionato in Ap 13,17. Tuttavia, anche a detta di George Joseph Laurer, ingegnere dell’IBM che ha sviluppato l’originaria idea di John Woodland (inventore del codice a barre), tale collegamento è una bufala.