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Posted on 1Set, 2015

La sacramentalità del creato, fondamento dell’ecologia. Il contributo di Ignazio IV di Antiochia

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Deces-du-patriarche-Ignace-IV-voix-de-la-sagesse-en-Syrie_article_main-215x300di Dario Chiapetti Il tema dell’ecologia è oggi tornato ad essere oggetto di riflessione a livello planetario e, in tale ritorno, tanto sembra aver influito il pensiero cristiano che ne ha messo in luce la radice teologica, antropologica, escatologica e soteriologica, sottraendolo dalle strettoie di una prospettiva esclusivamente morale o politica. A livello magisteriale Giovanni Paolo II parlò di “conversione ecologica”; Benedetto XVI, invece, dell’ecologia della terra in relazione all’ecologia dell’uomo. Il tema è particolarmente caro a papa Francesco il quale, nell’enciclica Laudato si’, ha parlato di una vera “spiritualità ecologica” coltivando la quale l’uomo può realizzare la propria vocazione di essere a immagine di Dio, partecipe alla sua continua opera di creazione.

Ma è la teologia ortodossa che, dai primi Padri a Massimo il Confessore, a Gregorio Palamas, a Sergej Bulgakov, ha sviluppato maggiormente una teologia della creazione fortemente saldata con la teologia della storia e decisamente orientata verso il suo escathon.

Su tale tema Salvare la creazione (Àncora, 2015) presenta la riflessione di Ignazio IV di Antiochia, patriarca greco-ortodosso dell’omonima Chiesa dal 1979, scomparso nel 2012. Il cuore del pensiero dell’Autore, che offre le motivazioni profonde dell’attenzione all’ecologia e dell’impegno per attuarne i suoi princìpi, va oltre una teologia che si ferma alla creaturalità del mondo e perciò all’atteggiamento di imitatio, o al massimo di partecipatio, che l’uomo, nel suo rapportarsi al cosmo, deve desumere da Dio in quanto creatura a sua immagine. Il Patriarca, sulla scia della teologia ortodossa, si spinge a riflettere sul significato della creazione vista alla luce dell’incarnazione, sul significato sacramentale della materia e della vita, su quello che Bulgakov chiama panenteismo (tutto-in-Dio), sull’affermazione della dimensione cosmica dell’esistenza umana nei suoi vari aspetti. Non vengono suggerite ricette ma un orizzonte teologico che postula una profonda conversione delle menti e dei cuori e che, a sua volta, sta alla base di una sensibilità ecologica teologicamente intesa: quella dell’uomo escatologico.

In primo luogo il cosmo è rappresentante di Dio, realtà tra Questi e l’uomo. L’espressione massima di tale rappresentanza è raggiunta con l’incarnazione, evento per il quale il cosmo diviene Eucaristia e perciò via alla deificazione: il peccato di Adamo aveva trasformato la materia in soggetto schiavizzante l’uomo; nella kenosi Dio si fa materia; nella sua passione strappa essa dalla morte; nella risurrezione, ascensione e Pentecoste le dona nuovo principio di vita – lo Spirito – e nuovo luogo d’esistenza – la Trinità. Trasfigurazione è quindi la categoria che dice il processo redentivo cosmologico.

In secondo luogo, l’uomo è rappresentante del cosmo presso Dio. Nella trasfigurazione del cosmo, dinamismo in atto e in fieri, l’uomo gioca un ruolo attivo: egli è il soggetto ipostatico del cosmo in cui quest’ultimo, contenuto tutto nel primo, prende coscienza di sé, egli è perciò la voce del cosmo, voce che loda Dio, l’essere che porta il cosmo a Dio.

In terzo luogo, l’uomo è rappresentante di Dio nel cosmo. Insegna la dottrina sofiologica che l’uomo, sofia creata, è colui che, attraverso il suo essere e fare sofizza il cosmo: egli con la sua santità “fa salire – scrive Olivièr Clément nella prefazione – alla superficie del mondo, in un’anticipazione escatologica, questa incandescenza nascosta”.

Dalle suesposte linee essenziali di una tale teologia della creazione, il Patriarca ne deriva una vera e propria spiritualità per la quale il processo di trasfigurazione della natura è portato avanti attraverso “i tre veicoli tradizionali dell’ascesi: il digiuno, la castità, la vigilanza”: cosmologia e antropologia non possono essere saldate tra loro più intimamente di così. Il digiuno, attraverso la limitazione del bisogno materiale, fa riscoprire all’uomo la vocazione creaturale, sua e del cosmo; la castità mira a “produrre o liberare – come dice Vladimir Solov’ëv – correnti spirituali-corporali reali, che si impadroniscono gradualmente dell’ambiente materiale e lo spiritualizzano”; la vigilanza, infine, ci rende attenti all’umile bellezza delle cose.

Resta da definire la responsabilità dei cristiani. Dopo il peccato d’Adamo, evento disumanizzante, Dio ha ristabilito quest’ultimo con l’incarnazione, facendo sì che l’uomo potesse ritrovare la sua vocazione di “creatore creato”, e ciò anche attraverso la cultura, la scienza e la tecnica, strumenti che devono essere però ordinati non ad uno sfruttamento o ad una salvaguardia, ma ad una vivificazione del cosmo, processo in cui “i due emisferi” collaborano: quello orientale, “per il quale le energie divine bagnano il mondo e rendono sacra la terra, ma che ignora la [loro] fonte personale” e l’emisfero biblico che afferma l’origine personale del cosmo ma ne dimentica la continua azione trasfigurante su di esso. Ecco allora la Chiesa, realtà scaturente dalle azioni divino-umane di questi due emisferi, porzione di cosmo già trasfigurata.