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Posted on 1Set, 2015

Poesia e religiosità. A partire da un recente libro su Dino Campana

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Dino Campanadi Francesco Vermigli Alle letture estive è concesso godere di quella lentezza che il resto dell’anno non può far altro che desiderare: è delle letture condotte nel meriggiare che riecheggia del frinire ossessivo delle cicale, giungere alle profondità nascoste delle parole e delle immagini. Così è stato per noi, alla lettura di un libro che tratta di un cantore inquieto delle terre della Romagna e della Toscana, la cui poesia si distese fino al porto e ai carrugi di una città marinara e alla pampa di una regione lontanissima.

Mi riferisco al libro di un fine e appassionato conoscitore di Dino Campana – Lorenzo Bertolani – uscito per i tipi delle Edizioni della Meridiana nell’autunno dello scorso anno, nella collana «tutt’altro»: Felice di essere povero e ignudo. Felicità e religiosità nell’opera di Dino Campana. Un libro che ha un obbiettivo all’apparenza disperato, se ci fermiamo all’immagine volgata del soggiorno coatto del celebre marradese a San Salvi e, poi, a Castel Pulci: «appunti poetici di viaggio alla ricerca di una momentanea pacificazione nella poesia di Dino Campana», come recita il titoletto iniziale. Le pagine si succedono alla ricerca della serenità che deriva al poeta da luoghi, ricordi, incontri, viaggi; veri e propri centri da cui si origina la poesia stessa. Ma, in ultima istanza, se questi sono i punti da cui prende occasione la poesia – attorno ai quali, cioè, si avvolge e si cristallizza la tensione artistica – allora è alla poesia stessa che spetta di cercare negli spazi della vita ritratta un momento inaspettato di pace e di quiete.

Talvolta, quell’inattesa pacificazione dell’opera campaniana ha a che fare con la scoperta di una chiesetta – tutta toscana nei lineamenti eleganti e austeri – imbattuta nell’ascesa della Falterona, monte da cui sgorga un fiumicello, che neanche cento miglia riescono a saziare; ha a che fare con l’accoglienza serena e semplice – evangelica – di una famiglia contadina antica, incontrata nel suo vagare irrequieto; ha a che fare con il frusciare di un saio sdrucito di un’anziano frate sul crudo sasso delle stigmate. Ha, insomma, a che fare con le suggestioni di una fede, com’era la fede della Toscana e della Romagna di un centinaio e più di anni fa; gli anni subito precedenti all’entrata nel cronicario di Castel Pulci, gli anni della pubblicazione dei Canti Orfici, quei canti che – come osserva una nota conclusiva dell’autore del libro – portano iscritto nel proprio nome il destino di ricerca di una propria Euridice, che doveva essere ben più di Sibilla Aleramo; a scorno di interpretazioni della storia della letteratura, modellate sui romanzi rosa del dopoguerra. L’inattesa pacificazione ha a che fare con un ventaglio di immagini e desideri, che danno sostanza all’altra parola che, accanto a “felicità”, compare nel sottotitolo del libro.

Ma perché la “religiosità” può essere associata alla poesia di Dino Campana? Qui le considerazioni forse si fanno più nostre, ma certo – crediamo – come legittima amplificazione di quello che si prende da Bertolani. La poesia di Campana condivide con la religiosità l’incanto per il creato; condivide la serenità che si deriva dalla contemplazione della natura, che – agli occhi del poeta cresciuto sulle sponde del Lamone e tra montagne selvose e accoglienti – non appare mai matrigna. Si pone come ricerca del “segreto delle stelle”, desiderio di conoscere il mistero più intimo del cosmo. La poesia di Campana condivide con la religiosità cristiana certo anche le affermazioni o le immagini esplicite della fede: come la statua genovese della Madonna della Fortuna – forse invocata dall’errante marradese alla partenza per i territori argentini e a cui dedica una poesia – o la presenza costante, nel suo animo pellegrino, della vita e dello spirito di Francesco, “caro santo italiano”. Ma Campana e la sua poesia condividono con la religiosità in primo luogo lo stupore per questo nostro mondo, che si squarcia e attraverso la breccia fa passare il desiderio, la domanda, l’anelito di un’armonia da sempre cercata e finalmente – anche se solo momentaneamente – trovata. Per questo, davvero, felicità e religiosità sono legittime compagne nel sottotitolo del libro.

Il racconto degli ultimi anni della sua vita fino alla morte (accaduta il I marzo del 1932), della sua iniziale sepoltura nel cimitero di San Colombano, della traslazione del corpo prima – a dieci anni di distanza, alla presenza di Montale, Bo, Parronchi, Bargellini, Pratolini, Luzi, Bigongiari… – nella cappella di San Bernardo adiacente alla chiesa della Badia a Settimo, poi nella chiesa stessa – dopo che la guerra quella cappella aveva distrutto – si chiude con alcuni versi, che dicono della pace che sorgeva nell’animo di Campana dallo stupore religioso, forse solo momentaneo; promessa di una superiore armonia: «Se alle tue mura in pace cristallina / Tender potessi, in una pace uguale, / E il ricordo specchiar di una divina / Serenità perduta o tu immortale / Anima! o Tu!».