Derive dell’economia

181 279 Giovanni Campanella
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Cassidy-French-Nobel-Economicsdi Giovanni Campanella • Sabato 5 Agosto, in una località marittima al di fuori della Toscana, partecipo alla Santa Messa prefestiva della Festa della Trasfigurazione del Signore, che quest’anno ricorre di domenica. Sul finire della liturgia, il celebrante mette in guardia i presenti: «Attenti! Che cosa è che domina oggi il mondo? L’economia!». Spesso si usa il termine “economia” come sinonimo di “avidità”, “brama”, “attaccamento”, “egoismo”, per indicare un disvalore volto a distruggere l’umanità. Tra i sinonimi elencati dal dizionario on-line dei sinonimi e contrari della Treccani, figurano anche “avarizia”, “grettezza”, “pidocchieria”, “spilorceria”, “taccagneria”, “tirchieria”. Nessuna speranza di redenzione per l’economia? A cosa è dovuta questa sua cattiva reputazione?

Se con “economia” si vuole indicare il risparmio, si può dire che esso è uno strumento e non un fine. Se diventasse un fine, sarebbero dolori. Se con “economia” si vuole indicare la scienza economica, è ancora chiaro che essa è uno strumento, come tutte le scienze. Di per sé ha una valenza neutra, che può diventare positiva o negativa a seconda dell’uso che si fa di tale scienza.

Luminare di questa scienza è ormai a pieno titolo Jean Tirole. Nel 2014, l’economista francese (direttore della fondazione Jean-Jacques Laffont della Toulouse School of Economics, nonché direttore scientifico dell’Istituto di Economia Industriale di Tolosa) ha ottenuto il premio Nobel per l’economia in virtù dei suoi studi di microeconomia ed economia industriale. Ha lavorato soprattutto nel campo della regolazione settoriale, sviluppando teorie particolari per vari settori dell’economia ai fini di garantire in essi efficienza ed equità. Il suo ultimo libro è intitolato Economia del bene comune ed è stato stampato dalla Mondadori nel Maggio 2017. Non è un’opera filosofica e non cita grandi teorici del bene comune come Aristotele, San Tommaso d’Aquino e Francisco Suarez. D’altra parte lo stesso autore nelle prime pagine mette in chiaro che l’oggetto del libro è l’economia (cfr. soprattutto p. 9). Un po’ può emergere il sospetto che il titolo sia stato “architettato” per attirare lettori su vasta scala. Il saggio è comunque un’ ottima introduzione a tutta la scienza economica. Tratta di tutti gli ambiti in cui l’economia è coinvolta e cerca di farlo con uno stile divulgativo ma non troppo.

Anche un premio Nobel come Tirole mette in guardia contro i pericoli dello studio della scienza economica e cita un esperimento compiuto all’università di Yale. L’esperimento consistette nell’assegnazione casuale di alcuni studenti di diritto a certi corsi. Si constatò che coloro che frequentavano corsi contigui all’economia e coloro che studiavano con professori con una formazione in economia si comportavano nel breve termine più egoisticamente di coloro che frequentavano corsi più lontani dall’economia o avevano a che fare con professori con una formazione umanistica.

«Nel caso della formazione da economista, a studiare, mettiamo le strategie di concorrenza su un mercato (cosa che suggerisce che il mondo è comunque impietoso), ad apprendere che comportamenti individuali egoisti possono produrre armonia sociale nell’allocazione delle risorse (cosa che suggerisce che essere egoisti è ragionevole) o a leggere saggi empirici che evidenziano comportamenti disfunzionali per la società quando gli incentivi sono inadeguati (cosa che suggerisce che non sempre si può riporre fiducia negli attori economici e politici), si possono creare delle narrazioni che, pur corrette, offrono delle scuse, di per sé deboli ma efficaci, per giustificare un comportamento meno morale» (p. 111).

Anche se un po’ fuori contesto, mi vengono in mente le parole di San Paolo in 1Cor 8,1 («La conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica») e il biglietto di San Francesco d’Assisi a Sant’Antonio di Padova («A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com’è prescritto nella regola»). Chissà …. forse chi si cimenta nello studio dell’economia è chiamato a rafforzare ancora di più una visione ottimistica e trascendente della storia, ricercando maggiormente una relazione con l’Altro e andando così al di là del proprio io.

Oltre alle derive della scienza economica rispetto alla morale, si assiste a una sempre maggiore deriva delle scelte economiche (meno visibili) rispetto alle scelte politiche (più visibili). Talvolta la divergenza è tale da sostanziarsi in una vera e propria contraddizione logica. Ad esempio, alcune nazioni occidentali si impegnano militarmente e in modo manifesto contro l’ISIS e il jihadismo in generale. Eppure quelle stesse nazioni vendono armi a nazioni che le rivendono ai terroristi. E’ come se io vendessi un’arma che so che sarà rivolta contro di me: un assurdo prima logico che morale.

Tirole affronta il tema generale del commercio internazionale ma non scende nello specifico campo del commercio delle armi. Tuttavia, lungo tutto il libro si profonde nel dimostrare che l’obiettivo di una vera politica economica è migliorare il mondo. Da grande esperto della regolazione settoriale e quindi dell’intervento dello Stato nell’economia, sottolinea in più punti la preoccupante dicotomia tra economia e politica e ribadisce che il mercato non può essere lasciato a sé stesso (né d’altronde lo Stato può pianificare tutto). Non dà una definizione di bene comune ma scrive che l’economia intesa come scienza economica è al servizio del bene comune.

«L’economia, come le altre scienze umane e sociali, non si pone l’obiettivo di sostituirsi alla società nella definizione del bene comune, ma può dare il proprio contributo in due modi. Da una parte, può orientare il dibattito verso le finalità comprese nella nozione di bene comune, distinguendole dagli strumenti che possono concorrere alla loro realizzazione. Perché, come vedremo, troppo spesso tali strumenti, siano essi un’istituzione (per esempio il mercato), un «diritto a» o una politica economica, assumono una vita propria e finiscono per perdere di vista il loro scopo, entrando così in conflitto con il bene comune che in un primo tempo li giustificava. Dall’altra, e a maggior ragione, l’economia, concependo il bene comune come un dato, sviluppa gli strumenti per contribuire alla sua realizzazione. L’economia non è né al servizio della proprietà privata e degli interessi individuali, né al servizio di chi vorrebbe utilizzare lo Stato per imporre i propri valori e far prevalere i propri interessi. L’economia ricusa il tutto-mercato così come ricusa il tutto-Stato. Perché è al servizio del bene comune. E perché il suo obiettivo è rendere il mondo migliore. A tal fine, si pone quale compito specifico individuare le istituzioni e le politiche che promuoveranno l’interesse generale. Nella sua ricerca del benessere per la comunità, essa ingloba sia la dimensione individuale sia la dimensione collettiva del soggetto. Analizza le situazioni in cui l’interesse individuale è compatibile con la ricerca del benessere collettivo e quelle in cui, al contrario, esso costituisce un ostacolo» (p. 7).

Alcuni studiosi usano i termini “Economia Politica” e “Politica Economica” come sinonimi. Spesso, nelle facoltà di economia le due espressioni indicano due corsi distinti. Ma il confine rimane molto labile. Con buone ragioni, alcuni considerano la Politica Economica un ramo della Economia Politica. Altri tendono a distinguerle maggiormente. L’Economia Politica descrive gli strumenti di politica economica (politica monetaria, fiscale, etc.) più adatti a conseguire certi scopi (reddito, esportazioni, inflazione, occupazione, etc.). La Politica Economica studia gli effetti dell’intervento dei poteri pubblici (Banca Centrale, Stato, autorità varie) e dei soggetti privati (imprese, famiglie) sul sistema economico al fine di concepire interventi volti a cambiare il trend dell’economia per indirizzarlo verso destinazioni prestabilite. A prescindere da tutte queste visioni, è opportuno che economia e politica vadano maggiormente a braccetto. E’ opportuno che l’economia si faccia instradare (non schiacciare) dalla politica, la quale deve a sua volta mutuare i propri valori dall’amore dell’essere umano per l’essere umano.

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Giovanni Campanella

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