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Posted on 1Dic, 2020

I sovranisti dopo Trump. Baruffe e ricatti in Europa

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di Antonio Lovascio · La vittoria di Biden e la sconfitta di Trump non segnano la fine definitiva del populismo in America e in tutto l’Occidente. Purtroppo hanno ragione gli analisti che invitano alla prudenza nel valutare le conseguenze del voto USA sotto questo profilo. Il populismo – nella forma legata al “sovranismo” che ne ha caratterizzato l’ultima reincarnazione – ha radici sociali profonde e la stessa pandemia, che pure ha contribuito in questi mesi a oscurarne la stella, potrebbe avere conseguenze imprevedibili nel medio periodo, soprattutto al di qua dell’Oceano Atlantico. E’ vero che il presidente eletto con oltre 80 milioni di preferenze è il più votato di sempre nella storia americana. Ma è altrettanto vero che 70 milioni di statunitensi si sono schierati alle urne e nelle piazze con il simbolo del sovranismo più becero e smaccato, inneggiando al tycoon che per settimane si è rifiutato di accettare il responso delle urne, gettando ombre sulla transizione democratica in un Paese decisivo per gli equilibri mondiali. Equilibri e vecchie alleanze che, nel quattro anni del suo mandato, Donald Trump ha cercato pervicacemente di rottamare soprattutto in Europa. E il Vecchio Continente ha risposto mostrando tutta la sua fragilità, le sue inadeguatezze, l’incapacità ad adattarsi ad un nuovo mondo, assai diverso da quando l’area Ue prosperava economicamente permettendosi anche il lusso di costosissimi sistemi di protezione sociale grazie alla presenza americana, all’impegno assunto dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale a presidio della sicurezza europea. Che forse nemmeno il nuovo inquilino della Casa Bianca (siamo curiosi di vedere come si muoverà con Cina e Russia e quale attenzione avrà per Africa e Medioriente) potrà garantire come prima. Soprattutto se nei prossimi due anni arriveranno sorprese dalle elezioni che si terranno in Francia (Macron tornerà all’Eliseo?), in Germania (la Merkel è a fine corsa) e, prima o poi, anche in Italia. Pure Biden dovrà fare i conti con il sovranismo dilagante che sta lanciando nuove sfide. Ispirate dal “modello Trump”, già Polonia ed Ungheria (due Paesi ex comunisti che strizzano l’occhio, ricambiati, alla Destra nostrana di Salvini e della Meloni) stanno tenendo sotto scacco la Commissione UE ed i Paesi più colpiti dal Covid con il loro veto sui 1150 miliardi di euro previsti dal bilancio di Bruxelles e soprattutto sui 750 miliardi del Recovery Found indispensabili per la ricostruzione e per assicurare una vita decente alle nuove generazioni. Dietro le baruffe, si nasconde un autentico ricatto, perché in cambio Varsavia e Budapest chiedono il riconoscimento di una sorta di “patentino” di democrazia, per far dimenticare i loro trascorsi totalitari.

A chi sottovaluta questo pericolo consigliamo di leggere il quinto capitolo dell’Enciclica “Fratelli tutti”. Svolgendo riflessioni di largo respiro sulla “migliore politica”, necessaria per lo sviluppo di una comunità mondiale fondata sulla fraternità dei popoli, Papa Bergoglio ci parla della crisi delle culture politiche del nostro tempo. Lo fa, ovviamente, prescindendo completamente da precisi riferimenti alle contingenze nazionali; ma aiutandoci a pensare e meglio capire il nostro presente e futuro. Un equivoco enorme alimenta lo spirito del tempo che soffia su tutto il mondo. I termini populista e popolare rappresentano concezioni diverse e spesso opposte del rapporto dei governanti con le loro comunità. Ma hanno la stessa radice: il popolo. Parola bellissima e terribile. E’ infatti in nome del popolo che negli ultimi due secoli sono state scritti nelle nostre Carte dei diritti i principi più smaglianti. Ma è in nome del popolo che, nel Novecento europeo, sono stati commessi i crimini più orrendi: in nome del popolo, contro la persona.

L’espressione “populista” è oggi inflazionata: “ha invaso i mezzi di comunicazione e il linguaggio”, dice l’Enciclica. Vi si ricorre per esprimere diverse “polarità della società divisa”, per criticare ingiustamente o, al contrario, per esaltare in maniera esagerata ogni opinione su qualunque tema. In questo modo, però, il riferimento al “populismo” rischia di annebbiare “la legittimità della nozione di popolo”; di screditarne il concetto. Eppure, proprio il termine popolo è essenziale per affermare che la società non è soltanto la “mera somma degli individui” e di tanti interessi di singoli che coesistono senza incontrarsi, perseguendo soltanto il “guadagno facile come scopo fondamentale” della propria esistenza. L’azione politica collettiva, per essere feconda, deve avere, alla base, “aspirazioni comunitarie”, un “progetto condiviso”, una “identità comune fatta di legami sociali e culturali”, un orizzonte cui tendere che sia anche “sogno collettivo”.

Dopo aver letto questo capitolo di “Fratelli tutti”, meditiamo sulla nostra storia di cittadini europei. Quando, sul finire degli Anni Quaranta, statisti come Adenauer, Schumann, De Gasperi, Monnet, Spaak e Spinelli avviarono il progetto di un’ Europa unita, condiviso con le loro popolazioni sfinite che avevano conosciuto i bombardamenti, il massacro reciproco di milioni di persone. Avrebbero potuto alimentare paure e risentimenti, barricandosi nei loro nazionalismi. E invece trasformarono il terrore che la guerra aveva seminato in ripudio della belligeranza, in una coraggiosa ricerca di un nuovo incontro tra popoli. A promuovere questa impresa furono leaders popolari, non populisti. A piccoli passi costruirono l’Europa, che poi via via si è allargata. Ora non distruggiamola.