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Posted on 1Giu, 2021

Rivincita della sociologia sulla matematica in economia

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di Giovanni Campanella · Sul finire del mese di gennaio 2021, la casa editrice Luiss University Press ha pubblicato un libro intitolato Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo e scritto da Mauro Gallegati, con prefazione di Francesco Saraceno.

Mauro Gallegati è nato a Macerata l’8 marzo 1958. Si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Macerata e nel 1989 ha conseguito il dottorato presso l’Università degli studi di Ancona, sotto la supervisione di Hyman Minsky, con una tesi sulla fragilità finanziaria. È stato presidente della società ESHIA (Economic Science with Heterogeneous Interacting Agents) dalla fondazione, 2006, al 2012. Attualmente insegna macroeconomia avanzata presso l’Università Politecnica delle Marche, nella facoltà di economia “Giorgio Fuà”.

«I suoi interessi di studio riguardano i temi della complessità in economia e l’applicazione, in economia, di modelli basati sull’interazione tra agenti eterogenei, per il superamento di quelli basati sull’agente rappresentativo. (…). Con Joseph Stiglitz ha pubblicato lavori sullo sviluppo della teoria dell’informazione asimmetrica e degli agenti eterogenei e sulle relative applicazioni. (…). Con Dani Rodrik, Alan Kirman, James Galbraith e altri, ha sottoscritto il “monito degli economisti”, un documento critico verso le politiche europee di austerity pubblicato sul Financial Times il 23 settembre 2013» (vedi)

Francesco Saraceno è nato a Roma nel 1967. Insegna macroeconomia internazionale ed europea a Sciences Po e alla Luiss. È vicedirettore dell’OFCE, l’osservatorio francese di congiunture economiche, e membro del comitato scientifico della Luiss School of European Political Economy.

Il libro in questione mette in evidenza le debolezze delle basi su cui poggiano i modelli previsionali dell’attuale pensiero economico mainstream, al quale tra l’altro attingono i principali policy maker di oggi, con danno di cittadini costretti a subire politiche economiche tutt’altro che foriere di vantaggi.

Sulla scia degli strabilianti successi della fisica, verso la fine dell’Ottocento un sempre maggior numero di economisti ha incominciato a impiegare rigorosi modelli matematici anche all’interno del loro campo. Questo ha dato per lungo tempo alla scienza economica un’aura luminosa di scienza oggettiva non opinabile. Ne sono scaturiti bei modelli, formalmente molto eleganti e coerenti, che hanno acquisito tra gli studiosi un’autorevolezza tale per cui controbattere ad essi faceva incorrere nel rischio di passare per ignoranti. Da questi modelli è emerso il dogma neoliberista dell’intoccabilità dei mercati, capaci, da soli e liberi di agire, di traghettare l’umanità verso l’ottimo.

Perfino gravi crisi economiche non previste, come la Grande Depressione del ’29, lo shock degli anni ’70, il caos finanziario del 2008, non sono riuscite ad affossare il dogma neoliberista e, anzi, è sembrato addirittura che non solo ragionamenti ben ponderati ma anche la stessa realtà non fosse legittimata a contraddire ciò che i modelli matematici “legiferavano”. La grave crisi economico-finanziaria da pandemia era difficilmente prevedibile in effetti; però ha contribuito a mettere in luce ulteriormente la contestabilità di certi assiomi.

Qual è il problema alla fonte? Fisica ed economia non sono la stessa cosa. Tra l’altro la fisica ha affinato e cambiato i propri strumenti nel tempo, cosa che non è quasi successa in economia. Le persone non sono atomi. Le persone interagiscono tra di loro molto più di quanto lo facciano gli atomi. Il comportamento delle persone è assai meno prevedibile rispetto al comportamento degli atomi. La matematica è uno strumento potente ma bisogna sempre andare cauti con le previsioni. La matematica è fondamentale per le rilevazioni e l’analisi della realtà ma non può generare leggi in economia: l’economia è un osso troppo duro anche per la matematica. Riprendono piede approcci più umanistici, antropologici, sociologici nell’analisi economica e modelli matematico-statistici più cauti e non lineari, che tengono conto di più eterogeneità, più complessità e che già all’inizio mettono umilmente in conto la propria fragilità.

Vilfredo Pareto, celebre economista di fine ‘800, fu inizialmente assai impressionato dalle formule matematiche introdotte in economia da Léon Walras, altro grandissimo economista ottocentesco (considerato il più grande da Schumpeter), tanto da arrivare ad affermare:

«”L’economia non abbia timore di diventare un sistema assiomatico-deduttivo, ipotizzando agenti e processi economici idealizzati, così come la fisica utilizza con grande profitto entità come i corpi rigidi, i fili inestensibili e privi di massa, i gas perfetti, le superfici prive di attrito”. In realtà i dubbi di Pareto sulla metodologia walrasiana si fanno sempre più insistenti nel tempo – in una lettera a Pantaleoni lamenta il fatto che Walras “non vede ragioni al di fuori del metodo matematico” – poiché l’aggregato è più della somma degli addendi e il comportamento non razionale è di pari importanza rispetto a quello razionale» (p. 37)

Alla fine Pareto si “convertì”, fece un’inversione, abbandonò l’economia matematica e passò a concentrarsi sulla sociologia.