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Posted on 1Mar, 2020

«La nudità di Francesco. Riflessioni storiche sulla spogliazione del Povero d’Assisi» di M. Bartoli

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10103171_4294985di Dario Chiapetti Uno degli aspetti meno studiati della vita del Santo d’Assisi è quello riguardante il significato della scelta di mostrarsi nella sua nudità. Tuttavia, tale aspetto sta iniziando ad essere preso in esame. Nel 2017 è stato creato un nuovo Santuario ad Assisi dedicato proprio alla spogliazione di Francesco. Nell’occasione, il Papa ha inviato una lettera in cui si diceva particolarmente impressionato da Francesco che si spoglia nella piazza del Vescovado ad Assisi, tale impressione era già stata esternata in un suo discorso durante la sua visita ad Assisi nel 2013. Lo studioso Marco Bartoli ha condotto un prezioso studio, che ho il piacere di presentare, proprio su tale questione: La nudità di Francesco. Riflessioni storiche sulla spogliazione del Povero d’Assisi (Edizioni Biblioteca Francescana, 2018, 137 pp.).

Innanzitutto, l’Autore mostra come il denudarsi in pubblico di Francesco sia una costante nella vita del Santo e, pertanto, una vera e propria chiave di lettura con cui intendere la sua figura. Bartoli presenta gli innumerevoli episodi di spogliazione, sottolineandone le diverse accentuazioni di significato che essi portano con sé. Ci tengo a menzionarli.

La Vita brevior (o Vita beati patris nostri Francisci) di Tommaso da Celano (l’agio-biografia trovata nel 2015) ci informa di una prima spogliazione come esperienza “laica” (differentemente da quanto si apprende dall’analogo racconto nella Leggenda dei tre compagni) avvenuta precedentemente alla conversione del Santo, quando questi si recò, per un viaggio di affari, a Roma. Giunto a San Pietro vide una moltitudini di poveri, ne provò compassione, volle fare esperienza della miseria – «miserias experiri» – e, quasi come per una sorta di prova con se stesso per vincere il suo orgoglio, scambiò i vestiti con uno di questi e rimase, «hilariter», a mendicare con loro tutta la giornata. È questo un episodio assai importante giacché – secondo l’Autore – esso ha come fonte lo stesso Francesco e attesta la bontà d’animo del futuro Santo, il quale, tuttavia, riconosce come punto d’avvio del suo cammino di conversione l’incontro coi lebbrosi, così come egli stesso riferisce nel Testamento. Sempre prima della conversione, nel Memoriale, anche questo testo del Celano, si apprende che il Santo «spesso si spogliava per rivestire i poveri». La Compilazione di Assisi rende noto l’incontro tra Francesco e due frati francesi che gli chiesero il saio (forse in segno di sfida, per umiliarlo) e videro accolta la loro richiesta, così che il Santo «rimase nudo per qualche ora». Sempre nella Compilazione si apprende di come Francesco ordinò a frate Pietro (il primo Ministro Generale eletto da lui) di trascinarlo nudo davanti al popolo, legato per il collo con una corda, per confessare a tutti che durante una malattia si era cibato di carne. A volte è Francesco che comanda ad altri di denudarsi. La Legenda maior di Bonaventura narra del Santo che ordinò a un suo frate che si rifiutò di fare elemosina a un povero di prostrasi nudo ai piedi di questi implorandogli il perdono. L’Actus beati Francisci (Fioretti) narra di Francesco che volle che un suo compagno, Rufino, il quale non rispondeva prontamente alla «santa obbedienza», di andare a predicare nudo al popolo. Preso dal pensiero di essere stato troppo duro, Francesco, volendo provare ciò che aveva comandato al suo frate, lo raggiunse e predicò, anch’egli nudo, al popolo. Bartoli ricorda a questo punto la forse più importante spogliazione di Francesco, quella al momento della sua morte. Le prime agio-biografie tacciono su tale aspetto a motivo – secondo l’Autore – del probabile imbarazzo che esso provocava finché non si comprese il fatto teologicamente. Dopo qualche anno si incontra l’inno Plaude, turba pupercula che presenta Francesco che «povero e nudo lascia il mondo». Il Memoriale ci informa che Francesco si fece «deporre nudo sulla nuda terra» a «lottare nudo con un avversario nudo», dopodiché, egli chiese che fosse letto il passo evangelico della Lavanda dei piedi, proprio quello in cui si parla della nudità di Gesù – «depose le sue vesti e, avendo preso un panno di lino, se ne cinse il fianco» – che manifesta così il suo amore «fino alla fine». Ma è Bonaventura che nella Legenda maior offre la lettura teologica dell’evento: «conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo, rimase appeso sulla croce.maxresdefault

Ecco che Bartoli tira le somme della sua indagine: la spogliazione di Francesco consiste nella rinuncia ai suoi pregiudizi (a Roma), a ogni difesa umana (a Assisi davanti al padre e in punto di morte davanti al nemico), alla sua immagine di Santo (quando si confessa pubblicamente), ai suoi meriti (in punto di morte). In essa consiste l’efficacia della sua predicazione (il parlare della povertà acquista forza in quanto mostrata fisicamente); soprattutto, essa è conformazione a Cristo nudo («spogliò se stesso») come esistenza d’amore che fa propria la miseria dell’altro.

L’Autore giunge così alla disamina dell’episodio, forse più noto, della spogliazione di Francesco: quella davanti al Vescovo di Assisi nel 1206. Sebbene Francesco non abbia mai parlato di tale episodio, esso, con ogni probabilità, è storico. Dieci testi, dalla Vita beati Francisci (1229) alla Legenda maior (1262), narrano il fatto. Le differenze dei racconti sono presenti, tuttavia, la fonte storica più attendibile è offerta dalla Leggenda dei tre compagni. Il padre di Francesco, Pietro di Bernardone, volendo che il figlio restituisse il denaro preso in casa per offrirlo alla Chiesa, prima si rivolge all’autorità civile ma, dato che Francesco si era dichiarato «servo del solo Dio altissimo», questi era passato sotto l’autorità della Chiesa. Da qui Francesco è convocato dal Vescovo a comparire davanti a lui. È a questo punto che Francesco restituisce soldi e vestiti al padre, comparendo nudo davanti a questi, al Vescovo e ai cittadini di Assisi nel frattempo radunatisi in piazza. Il Vescovo coglie la profondità di quel gesto e, mosso a compassione, copre Francesco col proprio mantello, dopodiché questi abbandona la città e inizia a vivere nei boschi delle zone circostanti.

Bartoli individua tre significati basilari di questo evento. Quello famigliare: Francesco esce dalla sua famiglia, a ogni diritto di eredità. La sua famiglia, infatti, diviene un’altra: oltre ai suoi compagni, vi sono i poveri, in particolare, «il vecchio mendico, chiamato Alberto», al quale Francesco chiede la benedizione ogni volta che incontra il padre che lo malediceva (De inceptione ordinis o Anonimo perugino). Quello sociale: Francesco cambia status sociale. Egli, che aveva sognato, fino a quel momento, la «vestizione», la quale segnava l’ingresso tra i Cavalieri, compì una svestizione con cui diventava un pannosus, un uomo vestito di stracci. Quello ecclesiale: Francesco cambia status ecclesiale: diviene un “religioso”, nel preciso senso di penitente, sotto l’autorità giuridica della Chiesa; anche se, andandosene lui per le foreste dell’Umbria fino a Gubbio, lasciò la Diocesi, rinunciando, oltre che a ogni diritto civile, anche alla protezione ecclesiastica.

Veniamo ora, con Bartoli, alle fonti. Quattro fonti antiche (la Vita beati patris nostri Francisci, la Legenda ad usum Chori, il Breviario di Santa Chiara, la Legenda liturgica Vaticana), destinate ad uso liturgico, tacciono il fatto, probabilmente per legare la conversione del Santo ai lebbrosi e non alla protezione del Vescovo.

Altre fonti antiche danno un’interpretazione teologica dell’episodio: il Celano (Vita beati Francisci) racconta l’evento richiamando un tema presente in Gregorio Magno – «nudi cum nudo luctari debemus» -, ossia della lotta che viene condotta, nudi, contro il nemico. Giuliano da Spira (Vita sancti Francisci) richiama l’espressione di Girolamo «nudus nudum Christos sequi», ossia della conformazione a Cristo, la lettura che più è stata ripresa in seguito. Enrico d’Avranches (Legenda sancti Francisci versificata) racconta che Francesco «suscipit oblatas veteres a paupere vestes», ossia, prese le vesti, in piazza, offertegli da un povero (anziché, successivamente, da un amico di Gubbio, come in altre fonti), quasi a suggerire che il Santo ricevette la sua identità da quella di un povero, in dono da questi. Con il generalato di Aimone di Faversham, dopo quello di frate Elia, si tornò a parlare della spogliazione. Nella Leggenda liturgica vaticana compare un racconto in cui per la prima volta Francesco pronuncia un discorso in cui mette in contrapposizione il “Padre nostro celeste” e il “padre suo carnale”, richiamando così il tema di Dio come Padre, molto ricorrente in Francesco. Il Memoriale fa dire al Santo di poter ora «andare nudo incontro al Signore», a sottolineare la «sua anima nobile» alla quale «ormai basta solo Cristo!». La Legenda maior aggiunge il particolare del mantello povero di un contadino che il Vescovo ordinò fosse offerto al Santo rimasto nudo e che questi segnò con un segno di croce con un mattone a indicare che da quel momento in poi egli «indossava» la croce.

Quale il senso attribuito da Francesco a tale evento? Sebbene, come detto, egli non abbia mai parlato di quanto accadde quel giorno ad Assisi, i temi cristologici – osserva Bartoli – impiegati dai suoi agiografi furono ampiamente richiamati dal Santo.

Soprattuto, ancora oggi, il Poverello offre noi la testimonianza della forza di un Dio nudo, disarmato e disarmante, capace di suscitare in chi vi si imbatte e lo accoglie quella che un altro Francesco, 800 anni dopo, ha chiamato la «santa inquietudine» del cristiano.