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Posted on 1Ott, 2021

Un detto di Gesù nei Vangeli: «chi non è contro di noi è per noi» 

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di Stefano Tarocchi · Un episodio minore raccontato dai Vangeli, rispettivamente da Marco e da Luca, in questo caso paralleli, è assai significativo per comprendere come viene trasmessa la tradizione di Gesù: «Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».  Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,38-40). «Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi» Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,49-50).  

È vero che ci sono problemi nella trasmissione del testo, come una diversa formulazione: «chi non è contro di noi, è per noi». Tuttavia, nel dire che “colui che non è contro di noi è per noi”, il Gesù di Marco fa uso di un detto proverbiale che può essere espresso positivamente, come qui, o negativamente, come nel “detto” della fonte omonima (o Q): Mt 12,30: «chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde»; Lc 11,23: « Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». 

È interessante che entrambe le forme – sebbene apparentemente opposte – ricalchino l’espressione usata da Cicerone in una celebre orazione: «noi giudicavamo nemici tutti quelli che non erano con noi; tu giudicavi tuoi amici tutti quelli che non erano contro di te» (Pro Ligario  33).. 

Probabilmente, si tratta di un sapere condiviso dalla sapienza antica. 

Ora, è sorprendente che Marco scelga la forma positiva del detto di Gesù, poiché altrove nel suo Vangelo si esprime un atteggiamento settario “noi-contro-loro” che sembrerebbe essere più compatibile con la formulazione negativa.  

In Mc 4,11-12, ad esempio, i discepoli sono designati destinatari di un mistero che è deliberatamente nascosto agli estranei: «a voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole». Ma gli estranei di Mc 4,11 sono collegati agli scribi associati alla famiglia di Gesù (3,31–32), e quest’ultima è descritto come totalmente negativi ed ostili verso Gesù: «entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé» (Mc 3,21). 

Gli scribi bestemmiano contro lo Spirito Santo attribuendo gli esorcismi di Gesù a Belzebul: «gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro sé stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro» (Mc 3,22-30)

Al contrario, l’esorcista estraneo – ed inatteso oltre che non gradito agli occhi di Giovanni in Mc 9,38-40 – è incapace di diffamare Gesù e presumibilmente ha un atteggiamento positivo nei confronti degli esorcismi fatti in suo nome.  

La tradizione evangelica, per concludere, non finisce mai di stupire nell’avvicinarci alla figura di Gesù, letta non come figura mitica, bensì nella sua storicità più profonda: un insegnamento significativo di fronte a letture parziali e inesatte, che appartengono a culture che devono essere immerse nel sapore della parola rivelata.