A cinquant’anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica «Gaudete in Domino» di Paolo VI

500 500 Gianni Cioli
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di Gianni Cioli · Nell’Esortazione apostolica Gaudete in Domino, del 9 maggio 1975, Paolo VI coglieva l’intimo legame esistente fra Speranza e gioia. Uscito significativamente in occasione della festa di Pentecoste, il documento intendeva presentare la gioia cristiana come uno dei messaggi chiave dell’Anno santo del 1975, caratterizzato dal tema della Riconciliazione. A cinquant’anni dalla sua pubblicazione, in un tempo come il nostro in cui le ragioni per essere tristi sembrerebbero dover prevalere su quelle della gioia – si pensi anche solo alla tragedia di Gaza e alla cinica indifferenza dei potenti, che passano «oltre, dall’altra parte» (Lc 10,31) –, il documento mantiene tutta la sua attualità e ci sfida a riscoprire le ragioni autentiche della Speranza che, peraltro, è il tema dell’attuale Giubileo.

Secondo il Papa, la gioia nello Spirito deve essere compresa come una delle dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. Ogni progresso nell’esistenza cristiana significa quindi crescita nella autentica felicità.

Il punto di partenza delle argomentazioni di Paolo VI è che nell’uomo vi è un naturale desiderio di essere in pienezza. L’uomo desidera trovare nel mondo il suo completamento e la sua felicità. Egli, sottolinea il Papa facendo riferimento al pensiero di San Tommaso (Summa theologiae, I-II, q. 31, a. 3; II-II, q. 28, aa. 1. 4.), trova la sua soddisfazione, a livello delle facoltà superiori, nel possesso di un bene conosciuto e amato. Così l’uomo prova gioia o felicità spirituale quando si trova in armonia con la natura o in comunione con gli altri. Ma soprattutto l’uomo conosce la gioia vera quando la sua anima entra nel possesso di Dio, conosciuto e amato come il bene supremo e immutabile. L’esperienza umana testimonia che la felicità spirituale è sempre stata in qualche misura possibile per l’uomo. Ma la stessa esperienza mostra pure come la gioia sia sempre imperfetta fragile minacciata. «Per uno strano paradosso, la coscienza stessa di ciò che costituirebbe, al di là di tutti i piaceri transitori, la vera felicità, include anche la certezza che non esiste felicità perfetta». L’esperienza della finitudine, afferma Paolo VI, «obbliga a costatare e a scandagliare lo iato immenso che sempre sussiste tra la realtà e il desiderio di infinito».

Questo paradosso, sottolinea il Papa, «questa difficoltà di raggiungere la gioia» sono particolarmente acuti al momento presente, nel quale «la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma (…) difficilmente riesce a procurare la gioia. Perché la gioia viene d’altronde. È spirituale».

Il messaggio intorno alla gioia che Paolo VI lancia in occasione dell’Anno santo, vuole essere essenzialmente una proposta di senso a un’umanità che rischia di trovarsi smarrita perché carente di tensione alla trascendenza. Egli coglie una connessione intima fra percezione del senso della vita ed esperienza della gioia. L’angoscia dell’uomo contemporaneo deriva, secondo il Pontefice, dall’incapacità di cogliere il significato autentico dell’esistenza, quel significato che permette di dare un senso anche all’inevitabile esperienza della sofferenza e della miseria.

L’uomo ha bisogno di interpretare la propria vita, di comprendere il significato del dolore che in gran parte la caratterizza. La sofferenza più grande è forse quella di non trovare senso alla sofferenza.

Paolo VI intende venire incontro a questo bisogno dell’uomo, riproponendo, in coerenza con tutto il suo magistero, il mistero pasquale come chiave interpretativa del mistero dell’esistenza umana.

Nell’ottica del mistero pasquale è la cristologia che diventa illuminante per l’antropologia; il senso della vita umana, nella cui penetrazione sta la radice della gioia, si dischiude infatti alla luce del mistero di Cristo.

«Per essenza, la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina e umana, che è nel cuore di Cristo glorificato». L’esito della vicenda pasquale: il Cristo glorioso, appare dunque come l’orizzonte dell’esistenza dell’uomo, capace di imprimere una direzione chiara all’agire del credente. Il Cristo glorificato è il senso di tutta la storia della salvezza e della storia personale di ciascun fedele.

Il paradigma della partecipazione del cristiano alla gioia di Cristo glorificato emerge, secondo il Papa, dalla vicenda storica del Gesù terreno. Egli ha vissuto la gioia umana nella maniera più vera. Il segreto di tale gioia è la consapevolezza d’essere amato dal Padre, eco nella sua coscienza umana dell’amore che Egli da sempre conosce come Seconda Persona della Trinità. Coloro che credono in Cristo sono chiamati ad essere effettivamente partecipi di questa coscienza, che attinge dall’intimo segreto della vita divina.

La gioia che scaturisce dalla coscienza di dimorare nell’amore di Dio è tuttavia, su questa terra, «accordata su di una via scoscesa, che richiede totale fiducia nel Padre e nel Figlio». È la gioia delle beatitudini.

L’esito della vicenda umana di Gesù mostra chiaramente, per Paolo VI, come non si possa parlare di gioia cristiana prescindendo dall’esperienza della croce. Nella memoria di Cristo l’inevitabile realtà della prova e della sofferenza viene assunta e «trasfigurata».

Associarsi liberamente alla passione del Redentore, appare la legge fondamentale dell’esistenza cristiana, e massimamente della vita apostolica. Questa infatti, afferma il Papa, «poiché è animata da un amore urgente del Signore e dei fratelli, si manifesta necessariamente sotto il segno del sacrificio pasquale, che per amore va incontro alla morte, e attraverso la morte alla vita e all’amore».

Il dinamismo di questa vita, il suo principio inesauribile, è lo Spirito santo comunicato al popolo della nuova alleanza.

La gioia che scaturisce dall’inabitazione dello Spirito nel cuore del credente e dal conseguente possesso del Dio Trinità, conosciuto mediante la fede e amato mediante la carità che viene da Lui, è proclamata in maniera splendida dalla testimonianza dei santi di cui è costellata la storia del popolo di Dio. Non si deve però affatto pensare che tale gioia sia patrimonio esclusivo di un ristretto numero di eletti. L’invito alla gioia, sottolinea Paolo VI, «è una convocazione universale. Ogni uomo, purché si renda attento e disponibile, può percepirla nell’intimo del proprio cuore».

Questa universale chiamata alla gioia si identifica, per certi versi, con l’appello alla conversione, con l’invito a mettersi sulla strada giusta per progredire nella vera libertà.

Ciò significa acquistare uno sguardo più positivo sulle persone e sulle cose, prendendo gradualmente sempre più possesso della propria vita nella celebrazione del mistero pasquale, camminando verso la trasfigurazione dell’esistenza nel solco della risurrezione di Gesù. Significa passaggio all’interiorità, approfondimento della propria autentica coscienza di Figlio di Dio. Questa coscienza ha una profonda radice ecclesiale e ha una destinazione ecclesiale: scaturisce da un’esperienza di Chiesa ed è, per così dire, affidata al credente come impegno per la crescita del popolo di Dio. La gioia che scaturisce da questa coscienza filiale offre al cristiano la capacità di agire nella Chiesa e nella società con uno spirito costruttivo, per il superamento delle situazioni conflittuali e per una vicinanza fattiva ai fratelli più bisognosi. «Gli uomini devono evidentemente unire i loro sforzi per procurare almeno il minimo di sollievo, di benessere, di sicurezza, di giustizia, necessari alla felicità, a numerose popolazioni che ne sono sprovviste. Una tale azione solidale è già opera di Dio; essa corrisponde al comandamento di Cristo. Essa procura già la pace, ridona la speranza, rinsalda la comunione, apre alla gioia, per colui che dona come per colui che riceve, perché vi è più gioia nel dare che nel ricevere».

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