di Antonio Lovascio · La trasformazione digitale che stiamo vivendo in Italia e in Europa cambia giorno dopo giorno il nostro modo di vivere, pensare e relazionarci. Un report di Eurispes (pubblicato in pieno agosto e inviatomi da Marco Ricceri, segretario generale dell’Istituto di ricerca, autore di libri e saggi sulla politica sociale europea, la cultura sindacale, la democrazia industriale) conferma quanto sia stato lungimirante Leone XIV nel porre questo tema – insieme a quello di una “pace disarmata e disarmante”- nel cuore del suo Pontificato. Come Papa “digitale” lo abbiamo scoperto non solo perché ha una laurea in matematica, ma perché è il primo Pontefice della storia ad aver avuto un profilo personale sui Social prima di essere eletto e a continuare a usare, secondo i suoi collaboratori e gli amici agostiniani, le “potenzialità” degli smartphone, compreso WhatsApp.
Come ha fatto notare su “Avvenire” Giacomo Gambassi, durante il Giubileo dei giovani ha spiegato che «la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa», che «la nascita dell’intelligenza artificiale segna una nuova geografia nel vissuto delle persone e per l’intera società», che «la scienza e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio». Ha ribadito che non conta «il numero dei follower» ma servono «reti che diano spazio all’altro più che a se stessi» e siano «capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo». Ha coniato una delle espressioni destinate a segnare il suo Magistero: «bulimia delle connessioni dei social media» che «sta ammalando la società». Ha messo in guardia dagli «algoritmi che ci dicono quello che dobbiamo vedere, quello che dobbiamo pensare, e quali dovrebbero essere i nostri amici». E, riferendosi a Internet, ha denunciato: «Quando lo strumento domina sull’uomo, l’uomo diventa uno strumento: sì, strumento di mercato, merce a sua volta».
Ecco, il Rapporto Eurispes appena pubblicato avvalora tutte le preoccupazioni di Papa Prevost, mettendo in luce le sfide e le opportunità che il Paese affronta in questo ambito. Il Programma per il Decennio Digitale 2030 dell’Unione europea, che mira a creare una società digitale equa e inclusiva, è al centro di questa trasformazione. Lo studio coordinato da Giovanni Candigliota infatti evidenzia la necessità di un approccio equilibrato, che metta al centro la persona e favorisca un uso critico e consapevole delle tecnologie informatiche. Quindi la sfida per l’Italia è trasformare l’accesso digitale in un’opportunità di crescita sostenibile per tutti i cittadini. Le generazioni nate e cresciute prima del Duemila hanno vissuto in un contesto dove le relazioni avvenivano principalmente in spazi fisici, mentre quella successiva è cresciuta in un ambiente iperconnesso, dove la vita online è diventata una parte fondamentale della loro esistenza. Questa differenza non è solo tecnologica, ma anche cognitiva, simbolica e relazionale.
Le soluzioni introdotte e i relativi strumenti digitali hanno avuto un impatto significativo sulla vita umana; ma l’avanzamento tecnologico che ha segnato gli ultimi venti anni non è stato accompagnato da una crescita culturale, educativa, etica e istituzionale. La Scuola e l’Università spesso rimangono bloccate in modelli tradizionali che non si collegano con la realtà iperconnessa degli studenti. In aggiunta, soluzioni didattiche innovative, come la didattica a distanza, sono state adottate più per necessità che per una chiara motivazione pedagogica.
Eurispes segnala anche come la tecnologia abbia cambiato il panorama pubblico. Le piattaforme hanno aperto nuovi spazi di partecipazione, ma hanno altresì introdotto rischi come la manipolazione dell’opinione, la polarizzazione ideologica, la diffusione di fake news e interferenze algoritmiche nei processi democratici. In una società che corre veloce, il dialogo tra le generazioni può diventare il vero antidoto all’alienazione. Sono cinque i fattori chiave in cui il digitale sta incidendo in maniera differenziale tra le generazioni: la percezione del tempo e del cambiamento, la costruzione dell’identità, le relazioni sociali, la relazione con la tecnologia, la gestione del tempo libero e della noia.
Dalla ricerca apprendiamo inoltre che in Italia il contesto demografico è caratterizzato da un’età media di 47,9 anni, tra le più elevate in Europa, con una popolazione di over 65 che rappresenta ormai quasi un quarto del totale. Questo dato anagrafico influisce direttamente sulla struttura della cittadinanza digitale, creando notevoli divari nell’adozione delle tecnologie tra le diverse fasce d’età, in particolare tra i giovani adulti e gli anziani. La mancanza di una strategia ben definita ha portato a una digitalizzazione disarticolata, dove l’aumento dell’accesso alla Rete non ha corrisposto un miglioramento della qualità d’uso e della capacità di inclusione. Questa situazione emerge chiarante quando si rileva che l’87,7% della popolazione italiana (pari a 51,6 milioni di persone) nel 2024 risulta connessa a Internet, ma oltre 7 milioni di cittadini sono completamente esclusi dalla Rete, soprattutto tra gli anziani, nelle zone periferiche, nelle aree interne e tra le famiglie a basso reddito. La quasi totalità degli utenti italiani utilizza lo smartphone come dispositivo principale, mentre poco più della metà usa pure un computer fisso o portatile. Sebbene questo modello garantisca un accesso di base, riduce notevolmente la possibilità di partecipare a processi digitali più avanzati, come l’accesso a servizi pubblici complessi come SPID o CIE, o la fruizione di contenuti professionali o formativi.
I giovani italiani trascorrono in media oltre 2 ore e 20 minuti al giorno sui social media. Tuttavia solo il 18% dichiara di utilizzare Internet per attività formative complesse o per partecipazione civica (Istat, “Cittadini e ICT”, 2023). Questo scarto tra consumo digitale e uso critico della tecnologia rivela una fragilità strutturale nelle competenze digitali. L’Italia ha già superato il traguardo della digitalizzazione di base. La vera sfida adesso è passare da un accesso puramente quantitativo a un utilizzo qualitativo, per tutelare i fruitori dalla barbarie e dalla schifezza di certi siti. A livello istituzionale assistiamo alla creazione di osservatori tematici, linee guida parlamentari e proposte normative che cercano di affrontare questioni critiche come l’uso degli smartphone tra i minori, la protezione della privacy, la sicurezza informatica e la cittadinanza digitale. Sul fronte educativo stanno emergendo esperienze nelle scuole e nelle università che integrano nei programmi di studio corsi di alfabetizzazione critica al digitale. Inoltre, nel campo della ricerca, si stanno moltiplicando i centri interdisciplinari che studiano l’impatto delle tecnologie sulla sfera psicologica, affettiva. Ora la “generazione della speranza”- che alla luce del Vangelo sa «trovare il coraggio di fare le scelte difficili» e sa «contagiare» – ha come modelli due coetanei: Pier Giorgio Frassati, l’universitario dell’impegno sociale; e Carlo Acutis, l’adolescente che alcuni vorrebbero patrono del web. Proclamati santi insieme, il 7 settembre, e specchio delle “Rerum novarum” spesso richiamate da Leone XIV. Il loro esempio può aiutare i giovani a leggere correttamente “il segno dei tempi” nelle frontiere digitali colme di insidie.

