Da Leone XIII a Leone XIV, indizi di continuità non solo nel nome

696 392 Francesco Romano
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di Francesco Romano • La recente elevazione del card Robert Francis Prevost al soglio di Pietro e la scelta del nome Leone XIV, in sequenza successiva a quella del suo predecessore Gioacchino Pecci che nel 1878 assunse il nome di Leone XIII, ha ridestato l’interesse storico e la ricerca di segni di continuità con questo pontificato collocato a cavallo tra la chiusura di Pio IX con il crollo del potere temporale della Chiesa, e l’apertura di Pio XI verso le istanze dello Stato nato da poco.

Di fronte a tutti sono evidenti queste profonde mutazioni e questi gravi problemi in cui si trovava la Chiesa quando Gioacchino Pecci venne chiamato a succedere a Pio IX. La sua formazione e il suo temperamento lo avrebbero reso capace di prendere sulle spalle la pesante eredità e reso capace di questa “grande politica” per usare una sua espressione.

Certamente la sua accurata preparazione umana, giuridica e teologica presso i collegi gesuiti di Viterbo e Roma, l’Accademia dei Nobili e l’università della Sapienza dove si era laureato in utroque iure, per gli incarichi cui da giovanissimo era stato destinato prima nel governo politico e nella diplomazia, poi in quello pastorale, l’avevano ben disposto a tali compiti.

Per la sua conoscenza degli uomini e delle cose aveva avuto infatti modo di plasmarsi prima nel difficile compito di delegato apostolico a Benevento a ventotto anni, posto difficile per essere la città papale situata nel territorio delle due Sicilie e desiderosa di unirsi a esso, oltre che ricca di fermenti liberali e carbonari e frequente rifugio di banditi ed esuli napoletani. Successivamente nella più importante delegazione di Perugia. Ma era stato soprattutto durante la sua pur breve nunziatura in Belgio che il Pecci aveva potuto conoscere il nuovo modo di porsi dei rapporti tra Chiesa e Stato in un regime di democrazia, cui pure i cattolici avevano dato vita e che quindi era nato senza quei presupposti anticlericali propri di molti regimi liberali.

Il trasferimento di Gioacchino Pecci alla sede episcopale di Perugia nel 1846 gli permetteva di aggiungere alla sua esperienza diplomatica quella più strettamente pastorale. I suoi interessi culturali che andavano dalla profonda lettura di libri di filosofia e teologia a quella più scorrevole dei giornali, l’incontro con varie personalità italiane e straniere che nei loro viaggi a Roma avevano occasione di passare da Perugia per visitarne le bellezze artistiche gli erano stati molto utili per conoscere il mondo.

La sua pratica pastorale il Pecci l’aveva esercitata prima di tutto nei riguardi del Seminario, di cui aveva elevato la cultura portandola, dopo l’annessione dell’Umbria all’Italia, al livello degli istituti di educazione pubblica. Si era preso cura della formazione degli intellettuali essendo Perugia sede di una importante Università, ma anche degli interessi dei poveri, soprattutto dopo la carestia del 1854, non solo nell’aspetto economico, istituendo anche scuole serali per i figli del popolo.

Tutto ciò era sufficientemente conosciuto nell’ambiente romano e italiano e aveva fatto scrivere al Rattazzi che ne preconizzava l’elezione a pontefice “essere uno di quei preti che si devono stimare e ammirare, un uomo di grandi vedute politiche e di scienza più grande ancora”.

La sua preparazione, le sue esperienze e le conseguenti sue idee traspaiono già nelle encicliche così dette politiche, dove Leone XIII espone il suo pensiero nei confronti della società e nello Stato. Se da una parte il suo pensiero è chiara continuazione dell’atteggiamento dei pontefici precedenti e soprattutto di quelli della restaurazione, dall’altra rappresenta pure una profonda novità. L’asserita trascendenza e sacralità della Chiesa e della sua opera, i doveri religiosi dello Stato, primo fra tutti quello della collaborazione con la Chiesa, l’enunciata legge storica che la prosperità civile dipende indissociabilmente dal rispetto verso i principi religiosi, e quindi la condanna di ogni ateismo e laicismo dello Stato, con la dichiarata separazione dalla Chiesa si trovano nella Diuturnum (1881), nell’Immortale Dei (1885), nella Libertas (1888), nella Sapientiae christianae (1890), come già nel Sillabo o nella Quanta cura, e sono nella scia dell’insegnamento più tradizionale. Non si dimentichi che il Pecci era stato uno dei primi vescovi a chiedere già nel 1849 una solenne condanna dei principi del liberalismo moderno e che i suoi riferimenti al Sillabo saranno costanti anche da papa.

Le novità invece, almeno nei confronti dei suoi immediati predecessori – perché i principi da cui esse scaturivano erano già noti ai grandi scolastici, da quelli del Medio Evo a quelli della riforma cattolica – consistevano nell’affermazione che la Chiesa può accettare qualsiasi forma di governo, di uno o di molti, derivante da principi legittimistici o da elezioni popolari, purché giusto, cioè rivolto al comune vantaggio. Tale idea era stata ricordata soprattutto ai cattolici francesi nell’enciclica Au milieu del 1882, che nelle intenzioni di Leone XIII avrebbe potuto provocare il loro ralliement verso la repubblica.

E ancora altra novità, che le libertà politiche nella forma costituzionale non contrastavano per principio né con la dottrina né con la prassi della Chiesa, che Chiesa e Stato erano due istituzioni sovrane, ciascuna con un ambito di potestà reciprocamente indipendenti, anche se dovere dell’entità statale era di collaborare con quella ecclesiastica per il raggiungimento del fine ultimo dell’uomo.

La mediazione tra le vecchie e le nuove idee doveva essere effettuata da quest’ultima presa di posizione, come pure dall’affermazione che Dio restava l’origine di ogni autorità, anche se coloro che la esercitavano venivano scelti dal popolo, e che anche lo Stato doveva perciò rispettare le regole morali che non erano intrinseche alla sua eticità, ma derivavano da un ordine naturale cui esso era tenuto e più ancora che dalle leggi divine. Ma, se pure con queste riserve, Leone XIII diceva il suo sì – che era quello della Chiesa e che molti cattolici attendevano – alla società civile libera, alla cultura, al progresso tecnico.

Con quel cattolicesimo liberale, con quel liberalismo, con quella società e civiltà moderna non ci sarebbe stata alcuna differenza se si accettavano le riserve di fondo sulla natura e il potere dell’autorità, molte invece se non si fosse fatto ciò. E soprattutto, secondo la formula preferita dal card. Rampolla, suo Segretario di Stato, “non bisognava permettere che certe realtà politiche, che erano dei fatti e che valevano a questo titolo fossero presentate alle masse popolari come l’incarnazione di certe idee anticristiane, cioè associate al regno di una filosofia ostile alla Chiesa”.

Leone XIII non si accontentava però di enunciare dei principi. Nelle ultime due encicliche citate, Sapientiae christianae e Au milieu, enucleando i principali doveri dei cittadini cristiani, spingeva questi ultimi all’attività civile, sociale e politica. Anzi, si potrebbe dire, affidava a essi un compito sostitutivo, reso necessario dalle nuove strutture degli Stati, nei confronti della Chiesa per la difesa della sua libertà e la promozione dei principi cristiani della vita pubblica: temporalismo orizzontale, appunto. E le prove fornite dai cattolici belgi e da quelli tedeschi – i primi avevano positivamente collaborato alla stesura di una costituzione liberale; i secondi con il loro partito politico avevano resistito a Bismarck – davano d’altra parte sufficiente garanzia di successo.

Abile e accorta azione diplomatica e contemporanea formazione e attività di partiti politici confessionali, o quanto meno ispirati al cattolicesimo e fedeli interpreti della Chiesa in campo civile, dovevano quindi rappresentare i cardini fondamentali, sia per la difesa del cattolicesimo che per il nuovo tipo di azione teso a far uscire la Chiesa da un ambiente puramente difensivo e a inserirla in un più vasto contesto sociale di vita civile e di cultura, anche se non ancora a renderla disponibile a un dialogo col mondo.

Un primo notevole frutto doveva darlo l’azione diplomatica di Leone XIII nei confronti della Germania. Il cancelliere Bismarck infatti dopo aver condotto la sua strenua battaglia contro la Chiesa cattolica in nome del progresso e della civiltà (Kulturkampf) e anche di una presunta collusione di quest’ultima con la Francia, aveva dovuto suo malgrado constatare che la tenace resistenza passiva delle masse cattoliche, l’attaccamento profondo dei sacerdoti e dei vescovi ai loro ministeri, in modo particolare la combattiva presenza in parlamento dei deputati della Deutsche Zentrumpartei, il partito tedesco del centro, detta più comunemente Zentrum, divenuto nel 1878 il gruppo parlamentare più numeroso, aveva avuto ragione delle sue severe misure repressive. D’altronde la minaccia socialista e anarchica – nel 1878 l’imperatore Guglielmo aveva subito due attentati – avevano disposto il cancelliere di ferro a una piccola Canossa come egli stesso la definirà proprio nell’interesse di quello Stato prussiano e del popolo tedesco che egli aveva inteso promuovere con il Kulturkampf. La piccola Canossa avrebbe dovuto consistere per Bismarck più in una desuetudine delle leggi persecutorie e in una serie di atti di buona volontà, che non in una loro abrogazione o in nuove disposizioni legislative più eque per la Chiesa in Germania.

La riapertura di numerosi seminari, qualche accordo per la nomina di nuovi vescovi, la riammissione delle congregazioni religiose in Alsazia e Lorena, restando esclusa la Compagnia di Gesù, e soprattutto la piena libertà nell’amministrazione dei sacramenti e nelle funzioni liturgiche dovevano rientrare in questa linea.

Si poteva però e si doveva secondo Roma arrivare pure a nuove leggi riparatrici. Ciò avvenne nell’aprile del 1887. Era una grossa vittoria diplomatica per Leone XIII. La pace religiosa in Germania contribuirà pure a caratterizzare il movimento politico dei cattolici in quella nazione. Sorto in primo luogo per la difesa degli interessi religiosi, esso aveva fatto della battaglia per la libertà della Chiesa perseguitata da Bismarck una battaglia per la più ampia difesa delle libertà civili, trovando talvolta in ciò anche l’appoggio di protestanti e di onesti non credenti.

Più difficili furono durante il suo pontificato i rapporti della Santa Sede con l’Italia. A renderli più difficili contribuiva anzitutto la diversa irriducibile visione che la Curia romana e il governo italiano avevano della questione romana. Il punto di vista della Santa Sede era stato ribadito personalmente dal pontefice nel concistoro del 23 marzo 1887. Accennando alla pace appena conclusa con la Germania egli l’aveva auspicata anche per l’Italia “che Iddio ha congiunto al Romano pontificato con così indissolubile vincolo”, aveva così auspicato che fosse presto “tolto di mezzo il funesto dissidio col Romano Pontefice, ma ne aveva chiaramente enunciato le condizioni: “bisogna accordarsi a ristabilire uno stato di cose in cui il Romano Pontefice non sia soggetto alla potestà di alcuno e goda di una piena e vera libertà come postulano tutti i suoi diritti”.

La posizione dello Stato italiano risultava dalle parole pronunciate da Francesco Crispi, ministro dell’interno e prossimo capo del governo: “noi non domandiamo conciliazioni, né ci occorrono perché lo Stato non è in guerra con nessuno. Né sappiamo né vogliamo sapere quello che si pensa in Vaticano. Leone XIII non è un uomo comune. I tempi maturano, essi che mitigano, che estinguono le più fiere avversioni potrebbero anche avvicinare Chiesa e Stato. Da parte nostra però nulla sarà toccato al diritto nazionale sancito dai plebisciti. L’Italia appartiene a se stessa, a sé sola e non ha che un unico capo, il re”.

Da una parte si continuava a parlare di “ristabilimento” di “diritto”, di vera libertà, di possesso territoriale; dall’altra di altrettanto “intangibili diritti”, di “diritto nazionale sancito dai plebisciti”. Eppure qualcosa appariva cambiato pur in questa irriducibile contrapposizione. La Santa Sede non parlava più di “Governo subalpino”, ma di “Stato italiano”, né di restitutio in integrum, cioè di ripristino totale dello Stato pontificio nei suoi confini del 1860 o almeno del 1870. Da parte dello Stato poi esisteva certamente un apprezzamento favorevole della persona del pontefice – inconcepibile qualche tempo prima in uomini della sinistra quali erano Zanardelli e Crispi, e migliori disposizioni verso la Chiesa e gli uomini di Chiesa. E sarà proprio questa intransigenza sui principi dell’una e dell’altra parte e il desiderio comune di non inasprire la situazione a caratterizzare il pontificato di Leone XIII per quanto riguarda i rapporti con lo Stato italiano.

A quanto è stato detto un altro impegno importante del pontificato di Papa Leone XIII è stato l’impulso dato al rinnovamento degli studi che languivano nell’ambiente ecclesiastico. Uno sforzo necessario per quei rami dello scibile che sotto la spinta dello spirito critico frutto dell’illuminismo e del razionalismo erano più progrediti, quali quelli degli studi biblici e storici. Occorreva superare una posizione di ancoraggio alla tradizione, spesso male intesa, servirsi degli insegnamenti della Chiesa sul valore dell’ispirazione. A ciò stimolò Papa Leone XIII gli studiosi cattolici con la sua fondamentale enciclica Providentissimus Deus del 1893.

Un’altra branca di studi che necessitava per i cattolici di un profondo rinnovamento era certamente quella degli studi storici. Nel 1880 si ebbe l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano, l’arricchimento della Biblioteca Apostolica Vaticana con i fondi Borghese e Barberini e l’istituzione presso di essa di una scuola di paleografia. Numerosi furono gli istituti storici che sorsero a Roma in seguito all’apertura degli archivi vaticani. “A Sua Santità Leone XIII che aprì l’Archivio Vaticano” dedicò il Pastor il primo volume della monumentale Storia dei papi dalla fine del Medio Evo. Nella sua lettera Saepenumero considerantes del 1883 volle pure spingere gli storici cattolici alla ricerca senza codarde paure: “la storia non deve dire nulla di falso, ma neppure tacere niente di quello che è vero”.

Non furono solo gli studiosi ecclesiastici o solo quelli filosofici, biblici e storici a essere stimolati dal Papa Leone XIII. A lui si dovette pure l’istituzione della prima cattedra dantesca all’Apollinare e quella dell’Osservatorio astronomico vaticano del 1888 tanto che questo passo fu definito “l’entrata in forza dei cattolici nel dominio scientifico”. Gli studiosi cattolici che prima erano considerato quasi dei minorenni e spesso pure disprezzati dalla cultura laica. In Italia la fondazione della Società cattolica per gli studi scientifici avvenuta nel 1899 in occasione di un convegno tenuto a Como per onorare Alessandro Volta a opera soprattutto di Toniolo fu un segno della volontà degli studiosi cattolici italiani di non rimanere esclusi da quel rinnovamento.

Quasi un secolo e mezzo separa i due pontificati, ma la preferenza per il nome di Leone XIV con cui il card. Robert Francis Prevost ha scelto di chiamarsi come successore nell’ufficio petrino è da escludere che sia stata per una estetica ricercatezza, quanto, piuttosto, per ravvisare nel suo programma di governo un tratto ideale che lo unisca al suo omonimo predecessore.

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Francesco Romano

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