La disposizione a sradicare le cause del peccato secondo Sant’Antonino Pierozzi

353 313 Gianni Cioli
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di Gianni Cioli · Sant’Antonino Pierozzi, nella sua opera teologica principale, la Summa theologica scritta in latino fra il 1440 e il 1459, affronta la tematica della “penitenza” o “soddisfazione”, in quanto parte integrante del sacramento della penitenza. Questa, innestandosi nella dinamica della penitenza in quanto virtù (Pars. IV, tit. 5, cap. 14), si identificherebbe, per certi versi, con la disposizione a estirpare le radici del peccato, ovvero, a lavorare su se stessi per eliminare radicalmente, in profondità, le propensioni viziose che generano, fatalmente, il ritorno al peccato. Il vescovo fiorentino, senza negare l’interpretazione satisfattoria della penitenza canonica come atto di giustizia riparatoria che aveva ormai preso campo, nel medioevo, ridimensionando quella medicinale tipica dei primi secoli del cristianesimo, mostra di voler armonizzare le due interpretazioni partendo dalla definizione attribuita ad Agostino dal Maestro delle Sentenze, ma in realtà di Gennadius Massiliensis (Liber ecclesiasticorum dogmatum, 24): «satisfactio paenitentiae est causas peccatorum excidere et earum suggestionibus aditum non indulgere (La soddisfazione della penitenza è sradicare le cause del peccato e non assecondarne le suggestioni)»; definizione che antepone a quella anselmiana: «Satisfacere est honorem Deo debitum reddere (Soddisfare è rendere a Dio l’onore dovuto)», aggiungendo che Agostino chiama cause intrinseche le radici lasciate dal peccato, e suggestioni le occasioni estrinseche come tempo e luogo (pars III, tit. 14, cap. 20).

A proposito della penitenza come impegno a eradicare le cause del peccato, sottolineando la pericolosità insidiosa delle sue radici residuali, può essere interessante notare una convergenza terminologica fra la trattazione della Summa e le esortazioni offerte nell’Opera a ben vivere, un piccolo trattato spirituale scritto in volgare tra il 1450 e il 1454 dal vescovo Pierozzi in risposta alle richieste di Dianora Tornabuoni, zia di Lorenzo il Magnifico. Scrive, infatti, Antonino nel quarto capitolo dell’Opera:

La prima cosa che ci bisogna fare, dopo la confessione, a volere pervenire a qualche gusto di Dio, si è di diradicare de’ nostri cuori ogni radice di vizii e di peccati. E che questo sia vero, ben si può comprendere per quello che la Santa Chiesa ha ordinato, che dopo la confessione che l’uomo ha fatto, seguita la penitenza. Che cosa è penitenza, se non di rimanersi de’ mali e de’ peccati passati? E dove procedono li peccati, se non dalle male radici e barbe de’ vizii, che l’uomo ha invecchiati in sé? Onde chi perfettamente istirpasse le radici e barbe degli albori infruttuosi, e dell’altre male erbe, non rimetterebbeno più; ma chi taglia solamente le legne, e le spine, e le altre male erbe sopra senza istirpare e divegliere le loro radici, sempre vi germineranno e rimetteranno da capo. Così spiritualmente, chi si dispone in verità a volere vivere secondo Dio, e pervenire a qualche gusto e dolcezza di Lui, e a qualche perfezione, si de’ studiare, dopo la confessione, quanto a lui sia possibile, di stirpare del cuor suo ogni vizio che conosce essere in lui; a ciò che, stirpate le radici de’ vizii, vi possa poi seminare e far crescere le virtù. E questa è la vera e perfetta penitenza” (Opera a ben vivere di santo Antonino arcivescovo di Firenze messa ora a luce con altri suoi ammaestramenti e una giunta di antiche orazioni toscane da Francesco Palermo, Firenze 1858, pp. 34-35).

Antonino esemplifica poi la questione, in maniera gustosamente colorita, attraverso un apologo che narra di un lupo che va a confessarsi da un romito:

Che solamente confessarsi l’uomo de suoi peccati, e dire alcuni paternostri che l’imporrà il confessore, e non istudiarsi di emendare la vita sua, istirpando ogni mal vizio del cuor suo, questa tale confessione è propriamente la confessione del lupo, del quale si dice per modo d’esempio. Onde si dice, che volendosi una volta confessare, se ne andò a uno romito che abitava sopra ad un ponte, confessandosi da lui, e dolendosi ch’egli avea mangiate molte pecore, e altro bestiame. E domandandolo poi il romito, se egli era ben pentuto de’ suoi peccati? rispose che sì. E ponendoli il romito la mano in capo per assolverlo, in quello ch’e’ l’assolvea, passò sotto il ponte un branco di pecore, che andavano a bere. E sentendo il lupo il belar delle pecore, interruppe l’assoluzione, e disse al romito: Taci un poco! E domandollo, che romore era quello. Rispose il romito, che erano pecore, che andavano a bere. Disse il lupo: Spacciati presto, e assolvimi, però ch’io ne voglio andare a mangiare una. Or così dico che fanno tutti coloro, che non hanno cura di stirpare de’ loro cuori li vizii, che dentro vi sono radicati; ma stanno pure contenti alla semplice confessione, e alla penitenza che dà loro il confessore, e d’altro non si curano. Questi tali, ad esempio del lupo, pare loro mille anni di essere assoluti, per andare isso fatto a commettere que’ medesimi peccati, e anco peggio” (Opera a ben vivere, pp. 35-36).

Credo che queste riflessioni sulla necessaria autenticità della penitenza, proprio nella loro disarmante semplicità, potrebbero risultare una provocazione utile anche ai cristiani di oggi. In ogni caso, esse appaiono, significativamente sintoniche con la rinnovata interpretazione della soddisfazione sacramentale che, elaborata nell’ambito della teologia morale del Novecento, ha trovando chiara ricezione nel magistero di Giovanni Paolo II (cf. Reconciliatio et paententia 31).

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