di Gianni Cioli · Scrivo queste riflessioni oggi, 20 settembre 2025. Quando saranno pubblicate, nei primi giorni di ottobre non so a che punto sarà giunta l’agonia di Gaza, di fronte alla quale si fa fatica a parlare (è difficile trovare parole di fronte a quanto sta avvenendo, è difficile non scivolare in giudizi estremi e pericolosi, come l’omicidio di Charlie Kirk insegna) ma, ritengo, non si può neanche tacere.
Scrivo queste riflessioni difronte al vangelo della messa di domani, XXV domenica del tempo ordinario (anno C) che ci pone di fronte alla parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16, 1-13), apparentemente criptica, se non sconcertante, ma chiara se letta alla luce della tradizione biblica, sapienziale e profetica.
La parabola può essere infatti interpretata secondo la tradizione biblica sapienziale come una metafora realistica dell’esistenza precaria di ciascuno noi: siamo tutti amministratori provvisori di un patrimonio che non ci appartiene perché i beni di cui siamo attualmente responsabili (e che reputiamo illusoriamente nostri) ci verranno tolti allorquando moriremo. C’è tuttavia un uso lungimirante di questa ricchezza precaria che ce la renderà utile anche quando verrà a mancare: approfittare del tempo che ci rimane per farci degli amici che ci accoglieranno quando non avremo più nulla.
Ma, fuori di metafora, chi sono questi amici che ci accoglieranno (dopo la morte) «nelle dimore eterne»? In linea con la tradizione profetica, e con i suoi numerosi richiami alla misericordia verso i bisognosi, Luca lascia chiaramente intendere che gli amici da farsi oggi, finché si è in tempo, con la ricchezza che altrimenti risulterebbe inesorabilmente «disonesta», non sono altro che i poveri. Ad essi appartiene il regno di Dio (Lc 6,21) e il bene fatto a loro è la chiave che lo apre. E dunque, conclude il vangelo di Luca, nessuno «può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Ma che c’entra tutto questo con Gaza? Ecco, io credo che quanto sta avvenendo a Gaza rappresenti un esempio eclatante di quanto i valori antievangelici stiano prendendo campo nel mondo e di quanto sia forte, oggi, la propensione a servire il padrone sbagliato. Quanto si sta facendo a Gaza va nella direzione della sintesi perfetta fra la crescente propensione odierna a lasciarsi accecare dall’odio e la tendenza (dis)umana a giudicare il mondo sempre condizionati dalla lente deformante dell’avidità volta al profitto, servendo idolatricamente mammonà (μαμωνᾷ), come recita il testo greco che traslittera il termine aramaico che indica la ricchezza quale idolo.
Hanno suscitato scalpore le esternazioni, del ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, il quale avrebbe affermato «che la Striscia rappresenta una “miniera d’oro immobiliare”». A Gaza ci sarebbe, secondo il ministro di estrema destra, «un’abbondanza immobiliare che si ripaga da sola» e per sfruttarla, come dichiarato durante una conferenza immobiliare a Tel Aviv, egli avrebbe «già avviato i negoziati con gli americani».
«Il pensiero», commenta un editoriale dell’edizione online del quotidiano ItaliaOggi, specializzato in temi economici, del 18 settembre 2025, «va al più grande immobiliarista al mondo, ovvero a quel Donald Trump attualmente presidente degli stati Uniti.
Quel Donald Trump che mesi e mesi fa si divertì alla visione e alla diffusione di un video sul suo social personale nel quale appariva la nuova riviera di Gaza con tanto di mega statua circondata da resort, palazzine lussuose e gente felice» (vedi).
Non mi fa inorridire tanto la dichiarazione di un ministro estremista, accecato dall’odio, di un governo che sta continuativamente perpetrando crimini di guerra, ormai sotto gli occhi di tutti, quanto mi farebbe inorridire, piuttosto, se davvero fossero in corso «negoziati con gli americani», il cinismo di chi pur estraneo alla guerra parrebbe non disdegnoso di guadagnare su una tragedia inaudita che, credo, potrà essere ricordata per sempre come pietra miliare nella “storia della disumanità”. Sarebbe davvero un Helldorado: uno studiato affare d’oro, costruito su un “inferno” pervicacemente concepito o, quantomeno, cinicamente permesso. Sarebbero davvero “i giorni degli sciacalli”.
Spero che i presunti «negoziati con gli americani» in realtà non esistano (che il famigerato video di Trump sia stato soltanto una delle sue consuete cadute di stile, particolarmente di cattivo gusto), e se comunque esistessero, che non vadano in porto, e se andassero in porto che risultino, alla fine, un flop economico.
Spero soprattutto che, sulle macerie di Gaza possa svilupparsi non un affare immobiliare ma, piuttosto, (mi esprimo in metafora): una nuova sensibilità umana che sappia provare disgusto della logica dell’odio e della vendetta in primis, ma anche della logica del profitto, della propensione ad avere di più perché è di più. Perché, come pare si sia espresso papa Leone XIV a proposito dei traguardi economici di Musk: «Se questa è l’unica cosa che ha ancora valore, allora siamo in grossi guai» (vedi)

