Papa Leone e i preti. Qualche linea all’inizio del pontificato

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di Francesco Vermigli · «Mi rivolgo alle vostre coscienze di giovani, entusiasti e generosi, e vi dirò una cosa che dovete ascoltare, anche se può inquietarvi un po’: la mancanza di sacerdoti in Francia, nel mondo, è una grande disgrazia! Una disgrazia per la Chiesa! Che possiate, a poco a poco, di domenica in domenica, scoprire la bellezza, la felicità e la necessità di una simile vocazione»: con queste parole – rivolte dal papa ai ministranti venuti dalla Francia – vogliamo iniziare questo articolo alla ricerca di qualche linea nei discorsi di papa Leone XIV sui preti. Colpiscono qui – prima di andare a recuperare alcuni passaggi in altri discorsi – il riferimento alla mancanza di preti come ad una disgrazia (letteralmente “disgrazia” significa mancanza di grazia…), che forse si deve leggere assieme al concetto di “necessità”. Per semplificare, si potrebbe dire che – se la vocazione presbiterale è per la Chiesa una necessità, che, cioè, non si lega ad una determinata situazione storica o ad un preciso contesto culturale, ma cade sull’identità più profonda della Chiesa medesima – allora la mancanza di preti in Francia e nel mondo, si potrà leggere nei termini effettivamente molto forti di una “disgrazia”.

Ma quali sono le linee prevalenti sul prete che si possono individuare nei primi discorsi del pontificato di papa Leone XIV dedicati a questo tema? Ne abbiamo identificati in modo particolare tre, che possono essere qualificati dalle parole: amicizia, comunione, trasparenza.

Amicizia. Sostiene e guida in modo particolare il tema dell’amicizia il discorso tenuto il 26 giugno scorso, nella Vigilia del Sacro Cuore, al Convegno promosso dal Dicastero per il clero e che prende spunto dalla frase di Gesù: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Il tema – in un contesto segnato dall’ispirazione a quelle parole di Gesù – evidentemente non può che avere un posto prioritario. Amicizia in questo discorso indica innanzitutto familiarità con Gesù; quella familiarità che non diventa mai relazione solipsistica (che pastore sarebbe del resto colui che coltiva la relazione con Gesù solo per sé?), ma che subito si apre ad una visione missionaria, ad una partica pastorale: «Solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza. Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore». Forse risuona in queste parole del papa agostiniano il riferimento al vescovo di Ippona che visse nella sua stessa biografia l’apertura alla pratica del pastore, a partire da un iniziale spunto monastico.

Comunione. Il tema dell’amicizia sfuma in maniera naturale in quello della comunione. In maniera naturale, perché amicizia, si direbbe, chiama amicizia: l’amicizia e la familiarità con Gesù chiama l’amicizia nel presbiterato. Il tema della fraternità, dell’unione tra i preti percorre tanto il discorso che abbiamo ricordato sopra del 26 giugno, sia quello – di poco precedente – tenuto ai preti della diocesi di Roma, poco più di un mese dopo l’elezione di Leone al soglio pontificio: il 12 giugno. Così diceva il papa nel discorso del 26 giugno: «Diventare amici di Cristo comporta vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti. La formazione deve allora aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio». E così aveva affermato poco prima nel discorso tenuto ai preti di Roma: «vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola. Nutriti da questa linfa, riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda (cfr Rm 12,10); avvertiamo il bisogno dell’altro per crescere e per alimentare la stessa tensione ecclesiale». E qui si apprezza come nelle parole del papa la scarsità della dimensione fraterna della vita presbiterale, trova la propria radice più profonda nella scarsità di una relazione autentica, fedele, stabile con il Signore Gesù e nell’ascolto disattento della sua Parola.

Trasparenza. È il terzo e ultimo tema che vogliamo affrontare. Lo si scorge come chiave di lettura dell’omelia che il papa ha tenuto il 31 maggio nella messa in cui sono stati da lui ordinati alcuni preti in San Pietro. Il tema della trasparenza prende spunto dalle parole di Paolo in Atti: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo» (At 20,18). Così glossa il papa: «Teniamo nel cuore e nella mente, ben scolpita, questa espressione! “Voi sapete come mi sono comportato”: la trasparenza della vita. Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili! Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile». Parole che risuonano nel discorso del 12 giugno: «Ve lo chiedo con il cuore di padre e di pastore: impegniamoci tutti ad essere sacerdoti credibili ed esemplari! Siamo consapevoli dei limiti della nostra natura e il Signore ci conosce in profondità; ma abbiamo ricevuto una grazia straordinaria, ci è stato affidato un tesoro prezioso di cui siamo ministri, servitori. E al servo è chiesta la fedeltà».

Amicizia, comunione, trasparenza: sono le parole che paiono meglio esprimere i primi interventi di papa Leone XIV sull’identità e sulla missione del prete oggi.

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Francesco Vermigli

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