di Francesco Romano • Fonti storiche attestano a Bologna fra il 1112 e 1125 l’attività di un giurista chiamato Wernerius o Warnerius, Yrnerius o Irnerius, poi noto come Irnerio, considerato il fondatore della scuola di diritto a Bologna.
Irnerio restaura lo studio del Codice (latino) di Giustiniano, che per secoli era stato dimenticato. Giustiniano, imperatore d’Oriente (482-565), è quello che vediamo nel mosaico della basilica di S. Vitale a Ravenna e, in posizione di massimo onore, nel Paradiso di Dante.
Quello che fa Irnerio per il diritto civile lo farà, sempre a Bologna, verso il 1140, Graziano per il diritto canonico. Non tutti sono d’accordo nel dire che ai tempi di Irnerio e di Graziano ci sia già a Bologna qualcosa che si possa chiamare “università”. Sembra che si debba arrivare ai primi del Duecento per avere la certezza che a Bologna ci siano strutture “universitarie” di studi, e di “studi retorici”, considerati preparatori agli studi legali.
Propriamente universitas indica un gruppo di persone che si danno una qualche organizzazione professionale; si chiama universitas anche un gruppo di docenti e di studenti, di maestri e di scolari. Un luogo dove agiscono vari docenti e vari studenti provenienti da ogni parte della cristianità si chiama Studium generale. I primi studia generalia europei, come quelli di Bologna, di Parigi e di Oxford, ricevono un privilegio di fondazione dal papa o dall’imperatore.
Le università in generale, e quella primogenita di Bologna, in modo più particolare, sono centri di organizzazione culturale laica che anche liberamente ed editorialmente si sostituiscono gradualmente alle biblioteche e agli scriptoria religiosi. Le principali materie di studio sono la teologia, il diritto civile e canonico, la medicina e gli studi retorici che sono considerati preparatori agli studi legali.
Curiose fonti per la storia della letteratura saranno a Bologna certi registri notarili, i “memoriali bolognesi”. A Bologna verrà Dante Alighieri, probabilmente nel 1287, forse per seguire gli studi notarili.
Parlando di storia della letteratura occorre soffermarsi ancora con qualche parola sugli studi retorici che in questi secoli vanno sotto il nome di ars dictandi, “arte (o arti) del dettare”. I vocabolari ancora oggi attribuiscono al verbo “dettare” vari significati. Partendo dal dire parola per parola quel che un altro deve scrivere si arriva a “comporre” o “scrivere”.
Già in latino dictare, iterativo di dicere, “dire” significa “comporre”, e in particolare “scrivere lettere”.
Ci sono due cose che non collimano nella nostra mente. Prima di tutto lo scrivere lettere che non si fa quasi più, si telefona, si messaggia con i social, si mandano email ecc. E poi il fatto in sé del dire, del parlare ad alta voce.
Parlare ad alta voce un tempo era una operazione che riguardava anche la lettura. Una volta forse tutti leggevano ad alta voce, anche quando erano soli. In ebraico c’è una sola parola per designare l’atto “leggere” o di “gridare”. Sant’Agostino (354-430) racconta lo stupore con cui per la prima volta a Milano vide uno che leggeva mentalmente. era sant’Ambrogio (333 o 340-397): “Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano […] qualunque fosse la sua intenzione nel comportarsi così, non poteva non essere buona in un uomo come quello” (Confessioni, 6, 3)
Per noi si sono scardinati i rapporti fra le tre attività fondamentali del parlare, del leggere e dello scrivere.
Teniamo ferma l’idea che, nei secoli in cui ci muoviamo, lo scriver lettere, l’epistolografia, aveva una importanza enorme, era un’arte soggetta a una complessa regolamentazione. Si scrivevano libri di regole e si scrivevano libri di esempi, esempi di lettere scritte per varie occasioni. In tempi ancora non lontani anche noi abbiamo avuto occasione di scorrere sulle bancarelle qualche libretto intitolato Il segretario galante per insegnare a domestiche e soldati come scrivere lettere d’amore.
I libri di regole e i libri di esempi per scrivere lettere hanno avuto grande fioritura nell’abbazia di Montecassino. Negli anni di Irnerio cominciano a nascere libri di regole e libri di esempi per scrivere lettere a Bologna, con Adalberto di Samaria, attivo proprio tra il 1111 e il 1118, autore dei Praecepta dictaminum. L’Ars dictaminis è alla base della Retorica. Lo stesso Irnerio scrive un Formularium tabellionum, oggi perduto, cioè il formulario dei tabellioni che nell’antica Roma, erano i pubblici scrivani con attribuzioni ufficiali.
Negli atti amministrativi, coloro che sottoscrivevano l’atto come pubblico ufficiale dandogli validità, i così detti scribi pubblici o notai, all’origine erano quelli che “annotano”, prendono annotazioni durante un discorso. Durante il Medioevo “tabellione” era il nome con cui venivano indicati i notai. Il tabellionato era l’equivalente di quello che oggi viene indicato come notariato.
Qui si annodano i due temi degli studi retorici, considerati preparatori agli studi legali. Nasce qui la simbiosi delle attività letterarie e giuridiche per cui la letteratura italiana dei primi secoli è fatta in tanta parte da notai, giudici, cancellieri e magistrati vari.
Due personaggi famosi annoverati tra quelli dell’ars dictandi sono Pier delle Vigne che nasce a Capua e studia a Bologna, e Brunetto Latini. L’ars dictandi, anche detta ars dictaminis o ars dictaminum, dal latino dictare, “dettare” e dal medioevo, con riferimento al “comporre”, connotò per tutto il periodo medioevale la capacità dello scrivere epistole, la così detta epistolografia.
Pier delle Vigne è al seguito della corte mobile di Federico II e fa parte del gruppo di Iacopo da Lentini, notaio per antonomasia, funzionario della corte dell’Imperatore, che da tabellione redigeva i documenti con attribuzioni ufficiali e negli atti amministrativi li sottoscriveva dando validità.
Pier delle Vigne ha ben appreso le regole della retorica, dell’ars dictandi. Diventa un altissimo funzionario, dal 1230 circa notaio e scrittore della cancelleria imperiale, nel 1225 giudice della Magna Curia, nel 1247 fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta”, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dell’imperatore.
L’epistolario latino di Pier delle Vigne è una raccolta di circa 550 tra manifesti, mandati, epistole e documenti di vario genere risalenti al periodo che va dal 1198 al 1264 e rappresenta una delle summae dell’epistolografia medievale e della cosiddetta ars dictandi. L’epistolario è caratterizzato da quello stilus altus o supremus utilizzato dalla cancelleria imperiale e pontificia negli interminabili duelli politico-teologici del XIII secolo. La lingua è quella che caratterizza pressoché tutta la produzione prosastica della corte federiciana, e soprattutto quella delle epistole uscite dalla cancelleria imperiale.
Sembra che per la cancelleria della corte mobile dell’imperatore Federico II, Pier delle Vigne abbia fatto un lavoro di incivilimento letterario analogo a quello che farà per la città di Firenze Brunetto Latini.
Caduto in disgrazia forse per una falsa accusa di corruzione, fu fatto accecare per mezzo
di un ferro ardente da Federico II a Pontremoli. Morì suicida nella prigione San Miniato. Dante lo ricorda nella Divina Commedia, ponendolo nel secondo girone dell’Inferno, con queste parole: «Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e disserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi; fede portai al glorïoso offizio, tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi» (Inferno, Canto XIII, vv. 58-63).
Di Pier delle Vigne ci sono rimaste una trentina di poesie che si considerano il primo tentativo di trapiantare in un neo latino d’Italia i modelli dei trovatori provenzali.
Il notaio Iacopo da Lentini si considera il caposcuola della “scuola siciliana” che Dante nomina nel Purgatorio (24, 56) e più volte ne parla nel De vulgari eloquentia.
Brunetto Latini, notaio di professione e di tradizione familiare, appartenente ai guelfi fiorentini, dopo la sconfitta inferta nel 1260 dai ghibellini nella battaglia di Monteaperti, viene posto al bando di Firenze, costretto a rimanere in Francia fino al 1266 quando la situazione si capovolgerà a seguito della battaglia di Benevento.
Negli anni che passa in Francia, Brunetto Latini scrive due opere di rettorica, manuali di formazione dell’uomo politico. Per gli antichi greci e latini la retorica con una sola t era l’arte del retore, cioè dell’oratore, ma in questi tempi di Brunetti Latini si dice rettorica con due t per indicare l’arte del rettore, dell’uomo politico chiamato a reggere le sorti dello Stato.
La minore di queste opere si intitola Tesoretto, è in versi, in un neolatino di Firenze. La maggiore è in prosa in lingua d’oïl, si intitola Trésor, “tesoro”, per intendere un prezioso accumulo di notizie utili, quasi, come diremmo noi, una “enciclopedia”.
Il Trésor verrà presto tradotto in toscano. Sia l’originale in lingua d’oïl sia la traduzione toscana avranno molta fortuna. Lui stesso, Brunetto Latini, farà anche traduzioni in neolatino di Firenze di opere “retoriche” e “rettoriche” latine.
Si dice che Brunetto Latini abbia svolto a Firenze per l’educazione retorica e rettorica dei suoi concittadini, funzioni analoghe a quelle che ha svolto Pier delle Vigne nella corte mobile di Federico II.
Saranno termini tecnici quelli dell’ars dictandi che userà Dante Alighieri per definire il proprio stile: “I’ mi son un che, quando/Amor mi spira, noto, e a quel modo/ch’e’ ditta dentro vo significando” (Purg. 24.52-54).
I manuali di ars dictandi, cioè di retorica epistolografica dovevano insegnare a scrivere lettere. Fra i molti esempi di lettere in latino c’è qualche lettera in un neolatino d’Italia, di stampo settentrionale, quasi la lingua del bolognese Guido Guinizzelli.
Nei rapporti civili il bilinguismo, la capacità di scrivere sia in latino sia in neolatino, comincia a diffondersi. Proprio a Bologna sarà sancito nel 1246 l’obbligo del bilinguismo per i notai. Gli aspiranti notai devono saper leggere vulgariter et litteraliter, cioè in neolatino e latino.
L’avverbio vulgariter non è spregiativo: appartiene al vulgus, in termini tecnici, chi non parla latino, lingua sempre più confinata all’uso delle persone colte. Il 1246, lo statuto del Comune di Bologna rappresenta una data storica, si comincia a tagliare una lingua del cinquanta per cento decretando che da sola non basta più, fino ad arrivare ai tempi nostri quando se ne eliminerà l’uso nelle chiese e se ne limiterà l’insegnamento nelle scuole da farla sparire dai programmi scolastici.

