Rapporto Giovani 2025: la speranza al centro di un cambiamento possibile

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di Stefano Liccioli · Come delegato per l’Arcidiocesi di Firenze dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ricevo sempre il Rapporto Giovani, l’indagine che annualmente l’Istituto Toniolo (l’ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) dedica, attraverso il suo osservatorio, al mondo giovanile.

Pubblicata da «Il Mulino», l’edizione 2025 si articola in otto saggi intervallati dalla lente della speranza, intesa non come ottimismo ingenuo ma come impulso all’azione collettiva. Ogni contributo offre un focus tematico per tracciare percorsi di cambiamento possibile. Chiude il volume una nota metodologica che combina indagini Ipsos, analisi statistiche e approfondimenti interdisciplinari per intrecciare dati quantitativi e narrazioni qualitative, delineando un quadro sfaccettato delle nuove generazioni.

Non riesco, per ragioni di spazio, a dare conto di tutti i contributi. Mi soffermerò su alcuni dei saggi che ho trovato particolarmente interessanti, anche in relazione a precedenti riflessioni sul tema dei giovani che ho sviluppato in passato su questa rivista.

In «Giovani e lavoro: il senso mai perduto» Giulia Assirelli e il suo team descrivono un mercato del lavoro dove la precarietà convive con una forte esigenza di “scopo”. I giovani non rinunciano a costruire un’identità professionale che rifletta i loro valori: cercano ruoli flessibili, ma non a scapito delle tutele sociali, e rivendicano percorsi di carriera che valorizzino impatto, riconoscimento e crescita personale. Il lavoro, dunque, continua a essere per le nuove generazioni un importante ambito di realizzazione di sé e di espressione della propria responsabilità, ma non gli viene attribuito un valore in assoluto. Esso viene ora valutato:

  • in rapporto a una dimensione personale (la conciliabilità della professione con eventuali compiti di cura e con altre sfere d’interesse);

  • in rapporto a una dimensione professionale (sicurezza, retribuzione e valorizzazione delle proprie capacità);

  • in rapporto al proprio benessere psicofisico.

L’aspetto significativo è che il lavoro viene considerato un fatto privato prima che pubblico, nel senso che prima di vederlo come contributo al bene comune lo si valuta in base alla realizzazione personale. In sintesi, pur assegnando ai giovani un posto centrale nel mondo del lavoro, senso e qualità di quest’ultimo procedono di pari passo.

Andrea Bonanomi, Fabio Introini, Cristina Pasqualini e Alessandro Rosina indagano invece, in «Democrazia e partecipazione», il rapporto dei giovani con le istituzioni tradizionali e le nuove forme di impegno civico. Il 75,4% ritiene utile la politica per migliorare la vita collettiva e il 53,4% si dichiara interessato ai temi pubblici, ma soltanto il 37,8% percepisce spazi reali di partecipazione. La ricerca sembra confutare la retorica di un presunto disinteresse dei giovani nei confronti della cosa pubblica. Essi sentono piuttosto di non avere la capacità di incidere sul dibattito pubblico, sia per un fattore quantitativo (sono numericamente sempre meno), sia perché hanno difficoltà a far sentire la propria voce. Il 76,6% afferma che la fiducia nella politica crescerebbe se esistessero canali concreti di coinvolgimento. Dai gruppi di quartiere a eventi civici, passando per campagne social, i giovani privilegiano iniziative locali, efficaci e misurabili, rispetto alla militanza nei partiti tradizionali. Lo studio ci permette di affermare che, nelle nuove generazioni, rispetto alla politica c’è più disaffezione che disinteresse e più disillusione che disaffezione. Un’occasione di coinvolgimento poteva essere quella del Next Generation EU, ma i giovani non sono stati coinvolti nel definire le priorità e le modalità di investimento dei fondi del suddetto piano.

In «Orientamenti valoriali e stati emotivi in adolescenza» Vanna Iori, Adriano Mauro Ellena, Daniela Marzana, Sara Martinez-Damia ed Elena Marta applicano il modello di Schwartz e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU per mappare valori ed emozioni degli under-20. Spiccano aperture al cambiamento, autorealizzazione e auto-trascendenza, mentre tradizione e conformità restano marginali. Sul piano emotivo convive una forte ansia da prestazione con un saldo senso di resilienza: i ragazzi gestiscono stress e incertezze attraverso reti amicali e pratiche digitali di condivisione emotiva. Il diffuso disagio giovanile necessita di maggiori competenze sui sentimenti perché questi si traducano poi in gesti e comportamenti; rapporti familiari e professioni educative sono ancora carenti di esperienze e strumenti per individuare azioni formative capaci di interpretare il cambiamento in atto.

In conclusione, il Rapporto Giovani 2025 invita a considerare i giovani non come oggetto d’analisi distante ma come protagonisti di una società in trasformazione. Investire su speranza, formazione, lavoro di qualità e partecipazione significa costruire le basi per un futuro più inclusivo e sostenibile.

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Stefano Liccioli

Tutte le storie di: Stefano Liccioli