Ernesto Buonaiuti, alla riscoperta interiore della Chiesa più che a una rivoluzione

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di Francesco Romano · Esattamente ottant’anni fa, il 20 aprile 1946 moriva Ernesto Buonaiuti, presbitero, storico e teologo. Esponente del modernismo italiano, fu dimesso dallo stato clericale e scomunicato per averne difeso le idee. Per questo in forza dei Patti Lateranensi venne esonerato dalle attività accademiche e poi privato della cattedra universitaria per essersi rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista.

Figura di studioso e di prete difficile, personalità piena di contraddizioni, spirito inquieto, ma dotato di grande intuizione e capacità di cogliere dalle premesse gli esiti di una dottrina, Ernesto Buonaiuti si presenta fin dai suoi primi scritti come un protagonista. Ventenne, scrive a Murri per affermare la necessità di un rinnovamento religioso, premessa e base di qualsiasi rinnovamento sociale.

Il cristianesimo non può offrire la base per nessun programma politico, aveva scritto a Murri il giovane Buonaiuti: sarebbe un grave errore illudersi su questo punto. “Fin da allora – scrive Buonaiuti nell’autobiografia – io mi dovevo trovare all’opposizione. Io sentivo fin da allora, con una forza cui non avrei mai più saputo resistere, che il cristianesimo non può offrire un connotato specifico e inconfondibile a una qualsiasi organizzazione politica […] Romolo Murri aveva creato un partito democratico-cristiano, egli stesso vittima di un errore invalso ormai da decenni nella mentalità e nella pratica così del cattolicesimo ufficiale come delle correnti politiche nate dalla Rivoluzione Francese”.

Tra i venti e venticinque anni, era nato nel 1881, Buonaiuti svolge un’attività di studio intensa e impaziente che non sfugge a Giovanni Papini, osservatore attento e precoce protagonista di una stagione letteraria, che di lui scrive: “aveva la mia stessa data di battesimo ed era dunque assai giovane quando io lo conobbi: mi sembra, anzi, che fosse ancora studente all’Apollinare. Era smilzo, magro, pallido, irrequieto, ma spesso sorridente. Parlava volentieri, con sicura scioltezza e gli occhi scuri gli brillavano a momenti, come quelli di un innamorato. V’erano tra noi, alcune affinità elettive e in primissimo luogo l’impazienza di uscire dalle carraie rinseccolite della cultura dominante e l’appetenza perenne per le nuove correnti di pensiero, per le teorie di fresco conio, che fossero o sembrassero originali. Era al par di me lettore infaticabile di libri d’ogni colore e tenore. Mi piaceva infinitamente nel Buonaiuti la cordiale eloquenza, la spregiudicata caccia del vero e, soprattutto, la sua evidente parzialità per tutto quello che odorava di eterodosso e magari di eretico”.

Dopo avere frequentato il Seminario Romano dell’Apollinare di Roma, dove tra i suoi compagni ebbe Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1903. Durante il periodo degli studi aveva dimostrato ben presto doti intellettuali fuori dal comune, incorrendo però in sanzioni da parte dei superiori per la troppa libertà dimostrata nell’apprezzare le moderne impostazioni scientifiche delle discipline religiose. Per questo fu allontanato dal seminario pur permettendogli di continuare a seguire i corsi di teologia. Proseguì i suoi studi collaborando con lo storico delle religioni Salvatore Minocchi, utilizzando le risorse offerte dal metodo positivo allo studio del Cristianesimo primitivo (Il cristianesimo primitivo e la Politica imperiale romana, 1911).

Fondò a soli 24 anni la Rivista storico-critica delle scienze teologiche, per la diffusione della cultura religiosa in Italia e diresse in seguito la rivista Ricerche religiose. Queste riviste, premiate almeno in un primo momento da un discreto successo editoriale, vennero poste poi all’Indice. Il 25 gennaio 1926 era stato colpito con la scomunica, ribadita più volte, per aver preso le difese del movimento modernista soprattutto nelle opere Il programma dei modernisti (1908) e Lettere di un prete modernista (1908), contro la posizione ufficiale della Chiesa espressa nell’Enciclica Pascendi dominici gregis, emanata da papa Pio X nel 1907. Nell’autobiografia (Il pellegrino di Roma, 1945), Buonaiuti ricostruì il conflitto con la Chiesa cattolica, della quale, nonostante la scomunica, continuò a proclamarsi figlio fedele.

Nel 1915 vinse il concorso a cattedra, bandito per ricoprire il ruolo di professore ordinario di Storia del cristianesimo rimasto vacante, presso l’Università di Roma, prevalendo su altri candidati illustri come lo stesso Minocchi, Adolfo Omodeo, Luigi Salvatorelli e Umberto Fracassini, Nicolò d’Alfonso. Gli anni di insegnamento, liberamente esercitato presso un Ateneo statale a dispetto delle censure ecclesiastiche, gli permisero di formare un gruppo di allievi, tra i quali spiccano Agostino Biamonti, Ambrogio Donini che dopo la fine della guerra sarebbe stato professore di Storia del Cristianesimo a Bari e senatore comunista, e Marcella Ravà poi divenuta direttrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, fortemente attaccati alla figura e all’opera del maestro. In seguito al Concordato del 1929, tuttavia, venne esonerato dalle attività didattiche e assegnato a compiti extra-accademici, come direttore dell’Edizione Nazionale delle Opere di Gioacchino da Fiore. La cattedra universitaria gli fu tolta definitivamente nel 1931 per aver rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo, al pari del suo amico Giorgio Levi Della Vida, che di lui lasciò un affettuoso ricordo di grande valore scientifico e umano nel suo Fantasmi ritrovati.

Dopo la fine della guerra, nel 1945, Buonaiuti non fu comunque reintegrato nel ruolo di professore ordinario come era accaduto per gli altri colleghi superstiti che non avevano accettato il giuramento di fedeltà al fascismo, sulla base di una applicazione retroattiva, sostanzialmente ad personam, dei Patti Lateranensi, che prevedeva il divieto, per un sacerdote scomunicato, di occupare una cattedra in una università statale: a favorire questo esito della vicenda ci furono non solo i cattolici della Democrazia Cristiana, ma anche i comunisti e i liberali, riuniti dalla comune ostilità, ereditata dal passato, contro il Modernismo, visto ideologicamente come una corrente cristiana non facilmente inquadrabile nella polarizzazione tra laici e cattolici, sotto il cui segno nasceva il nuovo stato italiano.

Si spense nella sua città il 20 aprile 1946, a seguito dell’aggravarsi dei problemi cardiaci che da tempo lo affliggevano. È sepolto nel Cimitero del Verano di Roma. Sulla lapide è incisa la scritta: “Non extinguetur lucerna eius. Qui seminant in lacrimis in gaudio metent” (Salmo, 126, 5-6).

Buonaiuti, con raro spirito analitico profetizzò la futura tenuta del cristianesimo e la sua evoluzione verso l’epoca moderna, sebbene l’epoca nella quale visse fosse di apparente trionfo del clericalismo, del culto del papismo, della sedia gestatoria, della chiesa arroccata e intesa come un potere forte, intesa anche come la fortezza attorno al Sillabo e degli anatemi.

Dopo la sua morte vi sono state numerose iniziative per la sua piena riabilitazione, l’ultima e più importante è l’appello promosso dal movimento “Noi siamo Chiesa” nel giugno 2014 che ha raccolto oltre 350 adesioni tra cui quelle di Raniero La Valle, Gianni Novelli, Ettore Masina, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Luigi Bettazzi, Enrico Peyretti, Paola Gaiotti De Biase, Giovanni Franzoni, Lidia Menapace, Carlo Molari, Giovanni Filoramo, Clementina Mazzucco, “Tempi di Fraternità”, “Agire politicamente. Coordinamento di cattolici democratici”, Giovanni Miccoli, Giovanni Bianco, Adriana Valerio, Armido Rizzi, Paolo Farinella, Vito Mancuso, Mina Welby, Francesco Zanchini, “Coordinamento delle comunità cristiane di base”, Frei Betto.

Il 3 giugno del 2024, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha celebrato nella cripta della cattedrale di Bologna una messa in suffragio di Ernesto Buonaiuti, scomunicato, sepolto senza neppure una benedizione, mai riabilitato per aver tentato di rivisitare la Bibbia e la tradizione cristiana con gli strumenti della critica letteraria e storica.

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Francesco Romano

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