di Gianni Cioli · Il discorso pronunciato dal Segretario di Stato degli USA, Marco Rubio, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio è apparso come una mano tesa all’Europa, a fronte quello che, per molti osservatori, era sembrato uno schiaffo politico nel discorso tenuto dal Vicepresidente Vance l’anno precedente.
Personalmente ritengo inquietanti entrambi gli interventi. Ma, se il discorso di Vance, più che altro, aveva suscitato in me indignazione, anche per il suo richiamo improprio e fuori contesto al pensiero di san Giovanni Paolo II (vedi), quello di Rubio mi ha comunicato, piuttosto, profonda tristezza e sgomento. Per quanto conciliante nei toni verso l’Europa, il discorso di Rubio mi è parso, infatti, più subdolamente pericoloso e tragico nella sua pretesa di realismo pragmatico. Esso, sostanzialmente, rappresenta un’apologia del colonialismo e dell’imperialismo, elaborata in un contesto di cinico disprezzo per quei valori che, come cristiano cattolico, nato e maturato intellettualmente nella seconda metà del XX secolo, ho metabolizzato in sintonia col magistero della mia Chiesa: a partire dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII; passando per la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II; la Popolorum progressio e gli appelli alla Civiltà dell’amore di Paolo VI; l’impegno per la pace e per la purificazione della memoria di Giovanni Paolo II; fino all’attenzione alla causa ecologica e alla fraternità universale di papa Francesco.
Rubio pare, in effetti, non solo esaltare il colonialismo occidentale del passato, ma anche auspicarne sostanzialmente una riviviscenza nel quadro di nuovo orgoglio imperialista, quando nel suo discorso afferma: «Per cinque secoli prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente era stato in espansione. I suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, insediarsi in nuovi continenti, costruire vasti imperi estesi in tutto il globo.
[…] Non vogliamo alleati incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e della loro eredità, che comprendano di essere eredi della stessa grande e nobile civiltà e che insieme a noi siano disposti e capaci di difenderla.
[…] L’alleanza che vogliamo è un’alleanza che non sia paralizzata nell’inazione dalla paura – paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia.
Al contrario, vogliamo un’alleanza che corra audacemente verso il futuro.
E l’unica paura che abbiamo è la paura della vergogna di non lasciare ai nostri figli nazioni più orgogliose, più forti e più ricche. Un’alleanza pronta a difendere i nostri popoli, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione che ci consente di plasmare il nostro destino. Non un’alleanza che esista per gestire uno stato sociale globale e per espiare i presunti peccati delle generazioni passate.
Un’alleanza che non permetta che il proprio potere venga esternalizzato, limitato o subordinato a sistemi al di fuori del proprio controllo. Un’alleanza che non dipenda da altri per le necessità critiche della propria vita nazionale. E che non mantenga la falsa pretesa che il nostro stile di vita sia soltanto uno tra i tanti, per poi chiedere il permesso prima di agire. E soprattutto, un’alleanza fondata sul riconoscimento che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme qualcosa che è unico, distintivo e insostituibile» (vedi).
Sinceramente, l’invito di Rubio a non aver paura del cambiamento climatico e della guerra mi fa paura davvero! Mi spaventa altresì la sua indisponibilità, che appare quasi fobica, ad ammettere qualsivoglia colpa dell’Occidente nei confronti del resto dell’umanità.![]()
A fronte della tristezza suscitata in me da questa indisponibilità a uno sguardo critico sull’Occidente e sul suo operato predatorio, ho percepito come un balsamo l’invito, espresso da Leone XIV, il 18 febbraio, nella omelia della Messa delle ceneri, a non aver paura di riconoscere i propri peccati, a livello personale certo, ma anche comunitario e sociale, nell’ambito della Chiesa, ma anche in quello dalle istituzioni laiche e della stessa società civile: «Sappiamo – ha detto il papa – come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.
Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!».
Ricollegandosi a un singolare spunto offerto da una catechesi di Paolo VI, papa Leone è peraltro giunto a proporre, nella sua omelia, una lettura inedita, ma drammaticamente attuale, del significato della tradizionale imposizione delle ceneri; nel senso che, oggi, essa deve rappresentare anche l’appello a non rassegnarsi di fronte alla prospettiva di un mondo in dissolvimento: «Noi oggi possiamo […] sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura».
Mi paiono parole che, pur con tutta la pacatezza a cui papa Leone ci ha abituati, costituiscono, di fatto, in particolare con il riferimento al diritto internazionale, agli ecosistemi, al pensiero critico e alle antiche sapienze locali, una netta risposta alla ideologia negazionista che Rubio sta suadentemente prospettando all’Europa.
Infatti, è proprio dal riconoscimento del male commesso, o comunque permesso, che può trovare fondamento, secondo il papa, la speranza di un’alternativa migliore che ci affranchi dalla tentazione dell’inerzia, nella la prospettiva di un possibile futuro più giusto: «Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire» (vedi).
Mi ha peraltro colpito la prossimità tematica fra l’inedita interpretazione del simbolismo dell’imposizione delle ceneri offerta da papa Leone e l’ultimo EP degli U2, intitolato Days of Ash e pubblicato, a sorpresa dalla storica band irlandese, proprio il 18 febbraio 2026. Si tratta di un disco composto da sei tracce: cinque canzoni inedite e una poesia, dedicate in particolare a casi di vite violentemente spezzate (negli USA, in Israele, in Iran) e a esempi di resistenza in atto (in Ucraina). Le ceneri dell’inizio Quaresima diventano anche qui una metafora del nostro tempo: segnato da lutti e fragilità, ma anche gravido di possibilità di rinascita.
Vorrei concludere riportando, con un’ideale dedica al Segretario di Stato Rubio e a tutti coloro che condividono le sue idee, il link del testo e della traduzione del primo brano del disco, “American Obituary” che parla dell’omicidio di Renée Nicole Macklin Good, avvenuta a Minneapolis il 7 gennaio 2026. Renée era una cittadina americana di 37 anni, uccisa a colpi di arma da fuoco nella sua auto da un agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). La sua uccisione appare, a mio avviso, uno dei frutti emblematici di quella ideologia a cui Rubio vorrebbe suadentemente portarci a aderire (vedi).

