di Stefano Liccioli · In questi mesi sia sui social che in televisione appare con interviste più o meno brevi Federico Faggin, figura di spicco dell’ingegneria informatica, pioniere del microprocessore e inventore del primo microprocessore commerciale basato su tecnologia MOS. Faggin ha guidato lo sviluppo del chip Intel 4004, ha contribuito a innovazioni nell’elettronica e all’interfaccia uomo‑macchina, e ha partecipato allo sviluppo delle tecnologie per il touchpad. Tanto per capire la rilevanza scientifica del personaggio, nel 2010 il presidente Barack Obama gli conferì la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione, il più alto onore del governo Usa agli scienziati.
Il tema degli interventi di Federico Faggin a cui mi riferisco, però, non è tecnico o scientifico. Riguarda, piuttosto, il problema della coscienza umana e un ambito a confine tra spiritualità e scienza. Argomenti che Faggin ha sviluppato in maniera approfondita nel saggio “Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura” (Mondadori, 2025).
In questo libro l’autore propone un dialogo serrato tra scienza e esperienza soggettiva, mettendo al centro la coscienza come fenomeno che sfida le spiegazioni puramente riduzioniste. Egli usa la propria biografia e la competenza tecnica come sfondo per argomentare che la coscienza non è semplicemente un prodotto emergente del cervello: è un dato primario dell’esperienza che richiede nuove categorie concettuali e metodologie di indagine.
Il testo alterna passaggi autobiografici a riflessioni filosofiche e a discussioni scientifiche, offrendo al lettore sia aneddoti sulla nascita del microprocessore sia considerazioni sulla natura dell’io e sul rapporto tra mente e materia. Faggin critica l’idea che i processi computazionali possano esaurire la spiegazione della soggettività e invita a riconoscere limiti epistemologici nelle attuali neuroscienze e nelle teorie computazionali della mente. Allo stesso tempo non rifiuta la scienza: la considera lo strumento più potente che abbiamo, ma va integrata con un’apertura verso l’esperienza diretta e la fenomenologia.
Uno dei punti di forza del libro è la chiarezza con cui l’autore espone concetti complessi, rendendoli accessibili senza banalizzarli. La sua posizione è argomentata con esempi, riferimenti e un tono personale che rende la lettura coinvolgente. Alcuni lettori potrebbero trovare le conclusioni troppo orientate verso una visione non riduzionista, con affermazioni che richiederebbero, per essere pienamente persuasive, maggiori evidenze sperimentali o un confronto più approfondito con le posizioni contrarie. Beh, a tali osservatori occorre ricordare che anche una visione riduzionistica che spiega tutto ciò che non è visibile ricorrendo a processi fisiologici è un approccio altrettanto fideistico.
Nel complesso “Irriducibile” è un libro stimolante per chi cerca un approccio interdisciplinare alla coscienza: parla a scienziati curiosi, a filosofi e a lettori interessati alle grandi domande sull’essere umano nell’era digitale. La proposta di Faggin — che scienza e dimensione soggettiva possono e devono dialogare — è un invito a ripensare i confini della ricerca e a coltivare un atteggiamento critico e al tempo stesso aperto verso ciò che ancora non comprendiamo.

