di Filippo Meli · Se si chiedesse a una persona qualunque di pensare ad un’immagine della Turchia, probabilmente la prima che verrebbe in mente sarebbe la moschea di Santa Sofia a Istanbul, o forse le grandi città come Ankara o Smirne. Magari i meno avvezzi alla storia potrebbero pensare a qualche partita del Galatsaray.
Se la domanda allora si dovesse spostare su un’immagine della Turchia cristiana, la risposta diventerebbe più complessa, ma con un po’ di sforzo possiamo pensare ai viaggi di Paolo o alle Chiese dell’Apocalisse. Tutto questo è sicuramente corretto e bello, ma dimentica una parte di storia e un’intera regione: la Turchia Siriaca.
Purtroppo, questa regione nel sud est così ricca di storia e di cultura è passata alla cronaca per una delle pagine più buie della storia degli inizi del secolo scorso, ossia il genocidio degli Armeni e quello che viene chiamato il “sayfo” (“spada” in aramaico), ovvero la persecuzione in cui vennero uccisi circa 400.000 cristiani. La ferita, ancora oggi visibile e dolorosa nelle comunità locali, non deve però nascondere la storia di questi luoghi, perché, inevitabilmente, fa parte della nostra storia.
Riscoprire il tesoro ricchissimo di monasteri e chiese antichissime oltre che le testimonianze dei padri, è di fondamentale importanza per la nostra stessa fede. Prima di tutto per la storia che si porta dietro: è vero ed essenziale che le origini della cristianità si sviluppano proprio in queste terre. Fa molto sorridere come i locali sostengano (in modo un po’ azzardato) che l’attuale lingua siriaca sia lo stesso aramaico dei tempi di Gesù mutato negli anni.
In secondo luogo, perché queste terre, come ogni terra, non parla solo attraverso le pietre, i luoghi, seppur significativi, ma soprattutto attraverso le persone. Vere e proprie “pietre vive” che mantengono la storia e la fede con una costanza e passione che ha tanto da insegnarci.
Colpisce molto come l’attenzione e la cura dei luoghi gestita da piccole comunità (talvolta da una famiglia sola!), non sia vista con la tristezza o il pessimismo tipico delle nostre parti, ma con il desiderio di mantenere viva una tradizione millenaria. Allo stesso tempo, spesso (ma purtroppo non sempre) tutto ciò non è accompagnato da odio, rancori o inimicizie nei confronti delle altre confessioni religiose, quanto piuttosto da vita condivisa, seppur nella fatica.
Ovviamente questo non è sempre vero e, specie nei luoghi più toccati dalle persecuzioni recenti, l’astio di natura più etnico che religioso si mantiene purtroppo ancora presente.
A conclusione è bello ricordare le parole di Isacco di Ninive, padre della chiesa dell’VII, vissuto proprio in queste terre e che ha ancora tanto da insegnarci: «Non odiare il peccatore: noi tutti siamo debitori. Se tu ti agiti perché ti sta a cuore Dio, piangi su di lui! Perché lo odi? Odia i suoi peccati e prega per lui, per essere simile a Cristo, che non si adirava con i peccatori, ma pregava per loro. […] Sii un annunciatore della bontà di Dio! Egli infatti provvede a te, mentre tu non ne sei degno; e mentre tu sei debitore di molte cose, non sembra che egli ti chieda qualcosa; e per le piccole cose nelle quali tu mostri buona volontà, egli ti ripaga con grandi cose. Non dire che Dio è equo! Infatti, in quel che riguarda te non si è fatta conoscere la sua equità. […] Come puoi dire che Dio è equo, quando ti imbatti nel capitolo sul salario degli operai? […] Come può uno definire Dio equo, quando si imbatte nel racconto del figlio prodigo? […] Non è un altro che ci ha parlato di lui, perché noi dubitiamo della sua bontà: è il Figlio stesso che ha testimoniato a proposito di Dio queste cose. Dov’è l’equità in Dio, “se mentre eravamo peccatori Cristo è morto per noi”? Se dunque egli è compassionevole quaggiù, noi crediamo che non muterà. Non sia mai che noi pensiamo questa empietà: che c’è un tempo in cui Dio non sia compassionevole».

