di Gianni Cioli · “Dedico” queste riflessioni, complementari a quanto affermato nell’articolo dello scorso mese, al Presidente Donald Trump che, in una intervista rilasciata l’8 gennaio scorso al New York Times, alla domanda era se ci fossero limiti al suo potere, avrebbe risposto: “Yeah, there is one thing. My own morality. My own mind. It’s the only thing that can stop me.” (“Sì, c’è una cosa. La mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”). Trump Addresses Venezuela, Greenland and Presidential Power in New York Times Interview – The New York Times Penso, in effetti, che l’idea che il futuro dell’umanità possa dipendere dall’arbitrio morale soggettivo dell’uomo che avrebbe preteso il Premio Nobel per la Pace (peraltro concepita come “armata e armante”) e rinfacciato di non averlo ricevuto per legittimare i propri intenti guerra La lettera di Trump alla Norvegia: “Niente Nobel? Non penserò più solo alla pace” (con una sensibilità ripiccosa degna di un bambino di quattro anni), che ha definito “eroe” un criminale di guerra (Netanyahu) e giustificato l’assassinio documentato di una trentasettenne, madre di tre figli (Renee Nicole Good), solo per fare alcuni esempi, ci dovrebbe spingere ad apprezzare di più la dimensione oggettiva della verità morale.
Nella riflessione teologico morale, a partire dagli anni ’60, si è indubbiamente cercato di valorizzare la dimensione soggettiva della verità morale. È una dimensione che, come si è detto, non può essere negata perché, se la verità morale viene appiattita sulla dimensione oggettiva, si perde la peculiarità del fenomeno morale. Tuttavia, ci può essere anche il rischio opposto: quello di appiattire la verità morale sulla sola dimensione soggettiva, e questa è stata certamente una delle preoccupazioni centrali dell’enciclica Veritatis splendor (d’ora in avanti VS) di Giovanni Paolo II del 1993.
Bisogna riconoscere che nel nostro tempo si è andato facendo progressivamente strada un vero e proprio relativismo, un soggettivismo esasperato. Capita di sentire dire talvolta: “se per te è bene questo, questo il bene da fare, e se per un altro è bene il contrario, è ugualmente bene”. Si rischia di scambiare il bene con ciò che piace, obnubilando così il senso della giustizia che m’impone di cercare ciò che è dovuto obiettivamente all’altro e non dipende dalla propria complessione interiore. Credo che il Giovanni Paolo II abbia avuto ben presente questo rischio della perdita del senso del bene che poi è la perdita del senso della vita, specialmente per le generazioni future.
Giovanni Paolo II nella VS al n. 59 si afferma che il giudizio della coscienza è un giudizio pratico, ossia un giudizio che intima all’uomo ciò che deve fare o non fare, oppure che valuta un atto da lui ormai compiuto. Perché vi sia un giudizio sull’uomo e i suoi atti c’è bisogno di un parametro esterno all’uomo, cioè una legge oggettiva, in questo senso la coscienza può essere definita come l’applicazione della legge oggettiva al caso particolare. Il Papa si è preoccupato di far capire che il bene non dipende solo dalla decisione soggettiva: «la coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva» (VS 60). «Così nel giudizio pratico della coscienza, che impone alla persona l’obbligo di compiere un determinato atto, si rivela il vincolo della libertà con la verità […]. E la maturità e la responsabilità di questi giudizi [..] si misurano non con la liberazione della coscienza dalla verità oggettiva, in favore di una presunta autonomia delle proprie decisioni, ma, al contrario, con una pressante ricerca della verità e con il farsi guidare da essa nell’agire» (VS 61).
Per Giovanni Paolo II «le norme morali, e in primo luogo quelle negative che proibiscono il male, manifestano il loro significato e la loro forza insieme personale e sociale: proteggendo l’inviolabile dignità personale di ogni uomo, esse servono alla conservazione stessa del tessuto sociale umano e al suo retto e fecondo sviluppo. […] Solo una morale che riconosce delle norme valide sempre e per tutti, senza alcuna eccezione, può garantire il fondamento etico della convivenza sociale, sia nazionale che internazionale» (VS 97). Fra gli atti, intrinsecamente cattivi, ovvero mai moralmente legittimabili il Papa annovera, peraltro, citando Gaudium et spes, 27, «tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni» (VS 80): parole che dovrebbero indurre, quanto meno, a riflettere i “cortigiani” (con la “i”, beninteso) del nuovo assetto mondiale.
Per Giovanni Paolo II questo genere di norme costituisce, in realtà, «il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia, che può nascere e crescere solo sull’uguaglianza di tutti i suoi membri, accomunati nei diritti e doveri. Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo [il corsivo è mio ndr] o l’ultimo “miserabile” sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali» (VS 97).
Citando la sua Centesimus annus, il Papa denunciava, peraltro, «il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità. Infatti, “se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia” (CA 46)» (VS 101). Non so se Giovanni Paolo II abbia potuto immaginare, anche solo in parte, la devastante portata della mutazione genetica, attualmente in atto, della democrazia, La mutazione genetica della democrazia Usa ci riguarda e ci minaccia | Corriere.it ma certo è stato e resta profetico il suo ammonimento che la libertà ha bisogno della verità per non diventare potere prevaricatorio.

