di Stefano Liccioli · Quest’anno giubilare che si sta concludendo è stato caratterizzato dall’apertura di una Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia da parte di Papa Francesco. Un segno che, nel Giubileo della Speranza, ha voluto dare speranza ai detenuti. L’attenzione di Bergoglio alla realtà carceraria aveva contraddistinto anche l’inizio del suo pontificato, con la celebrazione della Santa Messa «nella Cena del Signore» all’Istituto Penale per Minori di Casal del Marmo a Roma, dopo solo quindici giorni dalla sua elezione al soglio di Pietro. In questa sede vorrei concentrarmi proprio sul tema della detenzione minorile in Italia: i numeri recenti mostrano un aumento delle presenze e una forte quota di ragazzi stranieri.
La fotografia ufficiale della giustizia minorile è complessa e richiede di guardare insieme a dati e storie. Le statistiche del Ministero della Giustizia raccolgono informazioni aggiornate su presenze, percorsi e servizi e sono il punto di partenza per capire come intervenire in modo efficace e umano. Non si tratta solo di contare: dietro ogni numero c’è un progetto educativo che spesso fatica a decollare. Il tema della recidiva, per esempio, è centrale quando si parla di efficacia delle misure: studi e analisi mostrano che la recidiva tra i minori è un fenomeno rilevante, segnale che la risposta punitiva, se non accompagnata da percorsi di istruzione, lavoro e cura, rischia di riprodurre esclusione e marginalità. Per questo la pena, è bene ricordarlo, deve avere sempre come obiettivo primario la rieducazione.
Rapporti e osservatori indipendenti hanno documentato criticità e segnali d’allarme: il Garante nazionale e altri monitoraggi hanno prodotto report analitici che mettono in luce problemi di dignità, salute mentale e continuità dei percorsi rieducativi. Anche i media hanno rilanciato dati preoccupanti, parlando di un aumento delle presenze e di condizioni che richiedono interventi urgenti. Infatti, negli ultimi anni il numero di ragazzi negli istituti penali per minorenni è cresciuto: alcune rilevazioni parlano di circa 600 persone detenute nei carceri minorili in momenti recenti, con un incremento significativo rispetto al passato. Questo aumento si accompagna a segnali di sovraffollamento e a una pressione crescente sulle strutture e sul personale educativo.
Un altro elemento che non si può ignorare è la provenienza: in molte rilevazioni oltre la metà dei presenti negli IPM risulta di cittadinanza straniera, una cifra che rimanda a percorsi migratori difficili, fragilità familiari e povertà educativa che vanno affrontati con politiche integrate tra giustizia, servizi sociali e istruzione. Ignorare queste connessioni significa perdere opportunità di prevenzione. Vale la pena ricordare che l’imputabilità penale in Italia scatta a 14 anni: gli istituti penali per minorenni ospitano minori e, quando il reato è stato commesso da minorenne, l’esecuzione della pena può proseguire fino ai 25 anni per garantire la continuità dei percorsi rieducativi.
Negli ultimi anni la realtà del carcere minorile ha avuto una certa attenzione, grazie, per esempio, a una fiction di successo, ma si tratta solo di una fiction. La realtà è diversa e soprattutto richiede un approccio più autentico da parte della collettività. Stare vicino ai ragazzi detenuti è responsabilità sociale. Visitare, ascoltare senza giudicare, sostenere progetti educativi e misure alternative alla detenzione sono azioni concrete che riducono la recidiva e restituiscono speranza. Se il carcere deve rieducare, a maggior ragione quando si tratta di minori, la risposta deve essere collettiva: istituzioni, associazioni e famiglie insieme per non emarginare chi è già ai margini. Non si tratta di giustificare gli errori commessi, ma occorre distinguere l’errore dall’errante e farsi prossimi a situazioni oggettive di sofferenza.
Papa Leone, nella Messa per il Giubileo dei detenuti, ha affermato: «Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione.
Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia».
Sono concetti che ha ripreso anche l’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, durante la Messa di Natale nel carcere di Sollicciano: «Questo luogo difficile del carcere può cambiare – ha detto – se davvero ognuno cresce nella consapevolezza della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio, per la quale Gesù è nato, morto e risorto. La vera libertà consiste nel coraggio di mettersi al servizio gli uni degli altri nell’amore».

