di Alessandro Clemenzia · La generatività non è un fenomeno riducibile a un semplice atto di produzione di qualcosa ma è una dinamica continua e costantemente originale, capace di far uscire dal già conosciuto e di introdurre nella novità che proviene (spesso sotto forma di pro-vocazione) dalle circostanze, senza tuttavia lasciarsi “ingabbiare” da esse.
Il pensiero cattolico è ancora generativo? Ammesso che esista “un pensiero” (al singolare), l’esperienza ecclesiale continua a conservare in sé stessa quella capacità, che l’ha contraddistinta lungo i secoli, di essere una comunità generativa? E le diverse accademie teologiche (facoltà, istituti, ecc.) sono effettivamente luoghi in cui il pensiero è capace di generare qualcosa, senza ridurre il loro obiettivo al conferimento di gradi accademici? In caso la risposta a quest’ultima domanda fosse negativa, ci si potrebbe ancora chiedere quale pensiero potrebbe rappresentare comunque un possibile punto di partenza per riavviare tale tensione generativa?
È da poco uscita la nuova edizione di un libro di Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia presso l’Università di Perugia e grande intellettuale contemporaneo, intitolato Da Bergoglio a Francesco, un pensiero cattolico (Jaca Book, 2025). Si tratta di una nuova edizione di un libro, uscito nel 2017, intitolato Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Come ogni nuova edizione, si possono rintracciare delle parti nuove; ma non può essere soltanto il rinvenimento di queste ultime a destare l’interesse del lettore, quanto soprattutto il rileggere il volume alla luce delle grandi sfide della contemporaneità, per comprendere il cammino di un pensiero che sta attraversando la fine di un pontificato e l’inizio di uno nuovo.
Nella prefazione alla nuova edizione, l’Autore presenta le motivazioni che lo hanno spinto ad avviare una nuova ricerca sul medesimo tema: l’obiettivo, rispetto all’edizione precedente, non è più soltanto quello di illustrare il pensiero sottostante l’azione pastorale di Papa Francesco, ma anche quello di impedire l’archiviazione di quel pontificato attraverso una lettura interpretativa delle diverse reazioni, opposte tra loro, che esso ha suscitato, sia all’interno che all’esterno della Chiesa.
Nella prefazione, intitolata Alla ricerca di un pensiero “tensionante”, sono presenti alcune interessanti provocazioni che è bene far emergere come punto di avvio alla lettura del testo.
Un primo elemento rilevante si può osservare nel fatto che le principali reazioni alla prima edizione del libro, soprattutto quelle più critiche verso l’approccio illustrato da Borghesi (il quale ha mostrato come dietro a un’azione pastorale ce ne fosse una teo-logica), in realtà siano state esse stesse una conferma della lettura offerta dall’Autore; infatti, le critiche rivolte all’interpretazione del volume sono in qualche modo analoghe a quelle riferite al pontificato di Papa Francesco. Quest’ultimo, infatti, sembra davvero non aver accontentato nessuno dei due poli contrapposti nella Chiesa: sia coloro che hanno mostrato una rigorosa opposizione al papa argentino, sia coloro che hanno da subito sostenuto il suo slancio di novità, ma che sembrano essersi ritrovati alla fine a mani vuote rispetto alle diverse riforme strutturali della Chiesa tanto auspicate.
Le due parti “polarizzanti” hanno, tuttavia, un punto di convergenza tra loro: il voler a tutti i costi contrapporre papa Francesco a papa Benedetto XVI, per cui il rilevare alcuni possibili punti di convergenza tra i due suscita un immediato sospetto da parte di entrambe. La chiave di lettura di Massimo Borghesi, non soltanto presenta il pensiero di Bergoglio e le sue radici culturali, ma mostra anche con chiarezza il motivo per cui quel pontificato abbia in qualche modo scontentato alcune logiche: sottolineare, infatti, un legame tra l’approccio di Papa Francesco e la riflessione di Romano Guardini, che ha offerto un decisivo contributo allo sviluppo di una filosofia della polarità e di un pensiero “tensionante, significava al tempo stesso aprire nuovi scenari interpretativi anche sul rapporto tra Bergoglio e Ratzinger, entrambi legati al grande filosofo e teologo tedesco.
Interessante anche un’ultima provocazione lanciata dall’Autore sempre nella prefazione: «Se, come è evidente dal nostro studio, Papa Francesco ha trovato alimento nei grandi maestri che stanno alla base del Concilio Vaticano II, perché non ne ha fatto il perno di una rinascita intellettuale di cui oggi necessitano, in maniera particolare, le Università cattoliche e gli Istituti teologici?».
In altre parole, come mai alcune intuizioni non hanno dato avvio a un pensiero creativo e originale? Questa, più che una domanda rivolta a papa Bergoglio, sembra indirizzarsi soprattutto verso una mancata recezione ecclesiologica di un “pensiero tensionante”, che non intende favorire un polo rispetto a un altro, di cui la Chiesa oggi avrebbe davvero bisogno per essere davvero “cattolica”. Emerge, anche in questo caso, il grande problema che ha contraddistinto quest’epoca postconciliare: tranne alcune figure che emergono per la loro capacità di riflessione, sono venute a mancare un’attualizzazione e una continuazione delle opere dei grandi pensatori del Novecento. Forse, almeno per questa volta, la responsabilità non si può riversare sulle nuove generazioni.

