di Andrea Drigani · La circostanza storica del primo Papa agostiniano (Leone XIV) mi ha spinto a rileggere, con attenzione e devozione, la «Vita di sant’Agostino» scritta da Alberto Pincherle (1894-1979), pubblicata per i tipi degli Editori Laterza nel 2000.
Alberto Pincherle è stato uno dei più importanti storici del cristianesimo in particolare di quello antico.
Dopo gli studi giuridici si interessò agli aspetti storico-religiosi divenendo assistente di Ernesto Buonaiuti (1881-1946) e conseguendo poi la libera docenza. Fu chiamato anche da Giovanni Gentile (1875-1944) a collaborare all’Enciclopedia Treccani.
Di origini ebraiche Pincherle si convertì al cattolicesimo ricevendo il Battesimo nel 1926.
Proseguì con successo la carriera accademica divenendo, nel 1937, docente straordinario di storia delle religioni all’Università di Cagliari.
Colpito dalle leggi razziali fasciste, nel 1938 emigrò in Perù dove insegnò all’Università Cattolica di Lima.
Tornò in Italia dopo la guerra e riottenne la cattedra a Cagliari, quindi vinse il concorso per la cattedra di storia del cristianesimo all’Università di Roma che tenne fino al pensionamento.
Questa «Vita di sant’Agostino», che compendia tutti gli studi di Pincherle sul Vescovo di Ippona, uscì postuma in prima edizione nel 1980.
Si tratta di una biografia che vuole essere completa, nel senso che riguarda non solo gli avvenimenti, le vicissitudini esistenziali, gli interessi culturali e filosofici, ma pure la presentazione, breve ma oltremodo precisa, di tutte le opere di sant’Agostino, sia quelle scritte e che quelle trascritte cioè i suoi sermoni.
Pincherle si sofferma sulla nascita, l’ambiente familiare, l’adolescenza a Tagaste, in Africa, quindi il soggiorno a Cartagine, per gli studi di retorica, l’iniziale adesione al manicheismo e l’abbandono della fede testimoniata della madre Monica, la venuta a Milano, l’incontro con sant’Ambrogio, la conversione, l’esperienza «monastica» di Cassiciaco, la rilettura cristiana del neoplatonismo, il ritorno in Africa, come prete e vescovo a Ippona, la polemica verso i manichei, i donatisti e i pelagiani.
Una speciale attenzione è dedicata, nella biografia, alle «Confessioni» e al «De Civitate Dei».
Circa le «Confessioni», Pincherle osserva che sono un’autobiografia, ma anziché autodifesa ed elogio, è continuo e implacabile atto d’accusa a se stesso, congiunto con le commosse riconoscenti lodi per il giudice inflessibile e compassionevole insieme che lo ha castigato e anche soccorso fino a trarne dall’eretico il vescovo. Da Lui, con amorosa fede, spera felicità sempiterna, e non per sè solo.
Riguardo al «De Civitate Dei», Pincherle rileva che Agostino affronta un compito vasto e arduo, quello di difendere la città di Dio, sia in quanto vivendo di fede, è ancora quasi pellegrina in questa vita, sia in quanto è destinata al trionfo e alla pace nei cieli, contro coloro che al suo Fondatore preferiscono i molti dei del paganesimo.
La biografia si conclude considerando che nel momento della morte Agostino deve aver respinto la tentazione di porsi nel novero dei predestinati alla gloria, mormorando un’ultima volta non le parole serene del servo che giunto alla sua sera chiede al padrone il riposo, ma quelle che domandano alla sola bontà di Dio la remissione dei debiti, in nome di quelli che noi rimettiamo ai nostri debitori.

