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Posted on 3Mag, 2016

Famiglia e natura divina nell’«Amoris laetitia»

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image006di Alessandro Clemenzia Si preferisce, in teologia, evitare il parallelismo fra Trinità e famiglia, soprattutto per non giungere a un’affrettata conclusione che applicherebbe il ruolo di padre, madre e figlio/a alle funzioni delle tre Persone divine. Ciò nonostante rimane aperta una domanda: la famiglia ha ancora da dire qualcosa sulla trinità di Dio? E la Trinità, oltre a svolgere la funzione di modello etico, cosa dice di sé mettendosi in relazione all’ovvio scorrere quotidiano della vita in una famiglia? Per rispondere a queste domande, ho cercato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia i lemmi “Trinità”, “trinitario” e “trinitaria” in riferimento alla famiglia. Più che esporre ogni singolo riferimento, metterò in luce i diversi significati riscontrati in questo parallelismo.

In primo luogo, il rapporto fra Trinità e famiglia è all’insegna della fecondità. Papa Francesco introduce questo aspetto sin dal n. 10 dell’Esortazione, a cominciare dall’evento più sorprendente della Creazione, dove l’immagine di Dio «ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”». In essa viene spiegato che tale affermazione non vuole applicare a Dio differenziazioni sessuali, ma fonda il legame tra divino e umano sulla fecondità della coppia, tanto da divenire «“immagine” viva ed efficace, segno visibile dell’atto creatore». Proprio nell’amare e nel generare la vita, la coppia «è la vera “scultura” vivente […], capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio». E conclude: «In questa luce, la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente». Essendo l’amore fecondo la realtà che più di ogni altra caratterizza l’essenza divina, si arriva ad affermare che «la famiglia non è dunque qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina». E ciò si manifesta in un’inquietudine dell’uomo che gli fa cercare «“un aiuto che gli corrisponda” (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato» (n. 12). La creatura cerca nell’altro/a una relazione frontale che rifletta quell’amore divino di cui è impregnata.

In secondo luogo, il rapporto fra Trinità e famiglia è all’insegna dell’unione, composta dalla donazione e dall’essere-uno. Questi due elementi, distinti tra loro, sono strettamente correlati: nel primo, viene espressa la modalità attuativa, nel secondo, il fine cui si tende e il risultato finale. Di entrambi si parla in più parti dell’Esortazione. L’unione matrimoniale è caratterizzata dalla «donazione volontaria d’amore» (n. 13), e ha come frutto «“diventare un’unica carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei due cuori e della vita e, forse, nel figlio che nascerà dai due, il quale porterà in sé, unendole sia geneticamente sia spiritualmente, le due “carni”» (n. 13). La condizione di possibilità di entrambi gli elementi, donazione ed essere-uno, viene rintracciata nella dinamica cristologica e trinitaria; l’amore tra gli sposi «è un peculiare riflesso della Trinità […], nella quale però esiste anche la distinzione. Inoltre, la famiglia è un segno cristologico, perché manifesta la vicinanza di Dio che condivide la vita dell’essere umano unendosi ad esso nell’Incarnazione, nella Croce e nella Risurrezione: ciascun coniuge diventa “una sola carne” con l’altro e offre sé stesso per condividersi interamente con l’altro sino alla fine» (n. 161).

In terzo luogo, il rapporto fra Trinità e famiglia è all’insegna dell’inabitazione e della missione ad extra. Si afferma: «Abbiamo sempre parlato della inabitazione di Dio nel cuore della persona che vive nella sua grazia. Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale» (n. 314). Queste parole ribadiscono una verità profonda: c’è una presenza di Dio non solo “nella” singola persona, ma anche “tra” diverse persone che vivono in comunione; per questo la famiglia umana è a immagine e somiglianza della Trinità (cf. n. 71). Questa inabitazione, tuttavia, fa sì che tale amore familiare assuma sempre più una connotazione sociale (manifestando così il suo essere “Chiesa domestica”, come ripetuto più volte nel documento): «L’amore sociale, riflesso della Trinità, è in realtà ciò che unifica il senso spirituale della famiglia e la sua missione all’esterno di sé stessa, perché rende presente il kerygma con tutte le sue esigenze comunitarie» (n. 324).

Proprio in forza di questo rapporto con la vita divina, la famiglia umana non deve mai sentirsi «una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità» (n. 325).