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Posted on 1Dic, 2015

Libera e aperta: la profezia di Yves Congar

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ives congardi Dario Chiapetti Ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana Papa Francesco ha illustrato l’immagine di Chiesa, fedelmente allo spirito del Vangelo, che, attraverso un mutamento di prospettiva, occorre realizzare: “libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa”. Il teologo domenicano Yves Congar (1904-1995) è tra le figure che più hanno anticipato, e fondato teologicamente, i tratti fisionomici di tale Chiesa, incidendo sul percorso tracciato dal Concilio Vaticano II.
Luca Merlo – in Yves Congar, Morcelliana, Brescia 2014 – offre una ricostruzione dei tratti di tale figura, nella loro connessione causale con gli eventi della sua vicenda storica, e dei principali snodi teologici del suo pensiero. Un aspetto determinante che ha impresso forma alla sua personalità è la varietà delle istanze culturali che in essa sono confluite, dovuta anzitutto all’esperienza di contatto, al tempo della sua fanciullezza, con la pluralità religiosa presente nella sua terra, le Ardenne francesi.

Ciò ha fatto sì che Congar sviluppasse una naturale e forte sensibilità ecumenica e che, una volta entrato nell’ordine e addentratosi nel pensiero dell’Aquinate, ne elaborasse una riformulazione originale, senza rigettare niente della sua eredità ma senza cadere nella ripetizione meccanica di schemi acquisiti una volta per tutte. Il rigore del pensare fu coniugato con la complessità del pensare moderno, più attento alla dimensione soggettiva.

Le idee che il teologo man mano veniva elaborando gli costarono divieti di insegnamento, esili. Il periodo di sospetto terminò con l’invito di Giovanni XXIII a partecipare al Concilio Vaticano II come consultore e poi perito – incidendo, soprattutto, sull’elaborazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium – e, infine, con la creazione a cardinale, poco prima della morte, da parte di Giovanni Paolo II.

Venendo agli aspetti di maggior interesse del suo pensiero, occorre osservare la nuova elaborazione della nozione di cattolicità: tale proprietà essenziale della Chiesa è intrinsecamente connessa all’unità; e quest’ultima, a sua volta, non è ciò che si realizza attraverso un’inclusione dei dispersi, ma nella salvaguardia della necessaria distinzione dei vari soggetti ecclesiali.

A un tale nuovo modello ecclesiologico – “una Chiesa diversa dall’attuale Chiesa cattolica” – è connessa anche un’originale concezione di ecumenismo: esso è, innanzitutto, un’ulteriore dimensione intrinseca dell’essere della Chiesa e, perciò, non un optional, in quanto “la verità totale – egli afferma – non si trova che nella comunione totale”; inoltre, inizia col riconoscere l’altro come cristiano nella sua confessione; infine, la diversità – scrive in Chrétien en dialogue – è quell’elemento indispensabile per il dialogo e quindi per l’incontro.

Un ulteriore carattere della Chiesa risiede nella nozione di riforma. In Crétiens désunis Congar afferma: “La Chiesa si riforma continuamente; essa non vive che riformandosi”. La Tradizione non è l'”abitudine” o il “passato” della Chiesa ma “la presenza – afferma in Vraie et fausse réforme dans l’Église – del principio in tutte le tappe del suo sviluppo”.

Congar si addentra ancor di più nella riflessione ecclesiologica considerando la teologia del ministero sacerdotale e del laico. Egli evolve il binomio sacerdozio-laicato nel binomio comunità-ministeri: i sacerdoti sono ministri, sono tali non solo in rapporto all’eucaristia – associazione che ha portato all’eccessiva sottolineatura dell’aspetto cultuale della figura del sacerdote – e i ministeri sono molteplici e propri di ogni membro, così come la Chiesa francese sintetizzava con l’espressione: “Chiesa tutta ministeriale”. Congar supera la concezione ecclesiogenetica fino ad allora in auge, fondata sulla dinamica Cristo-sacerdozio-fedeli, nella quale i ministri appaiono mediatori tra Dio e i fedeli passivi. Congar afferma che “è nella comunità dei suoi discepoli che egli [Gesù] ha scelto i dodici”, per cui “i ministri ordinati – prosegue Merlo – non possono più collocarsi prima o al di fuori della comunità” e i primi esistono solo per servire la seconda. Tale visione fu accolta, di fatto, nella Lumen Gentium che antepose il capitolo sul Popolo di Dio a quello sulla gerarchia, e ciò anche grazie al Nostro.

La visione ecclesiologica di Congar rivela il passaggio dall’approccio cristologico della Mystici Corporis – che pur rappresentando un superamento della visione Bellarminiana è rimasta legata ad una visione giuridicista – a quello trinitario, per il quale la Chiesa è comunione nella distinzione.

Si può concludere che il valore dell’eredità di Congar consiste nell’elaborazione di una teologia che coglie i suoi oggetti nel vissuto e li spinge poi progressivamente verso i loro fondamenti dogmatici: egli muove la sua riflessione teologica dall’aspetto ecumenico per estendere la sua attenzione a tutto il campo ecclesiologico; arrivando, al termine del suo percorso, all’elaborazione della riflessione pneumatologica, così come è esposta nella sua monumentale opera Je crois en l’Esprit Saint, fondamento teologico di tutto quanto egli aveva formulato fino ad allora.