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Posted on 2Mar, 2020

Stato Sociale (2): attualità di una visione politica

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guide-to-the-beveridge-plandi Leonardo Salutati • Nel giugno 1941, il governo britannico presieduto da Churchill costituì un comitato interministeriale perché indagasse sulle anomalie manifestatesi nel sistema di sicurezza sociale del Regno Unito. Fu chiamato a presiederlo il liberale William Henry Beveridge (1879 – 1963), uno dei maggiori esperti mondiali della questione sociale; economista e sociologo; rettore della London School of Economics (1919-1937); rettore dell’Oxford University College (1937-1945); eletto in parlamento come deputato liberale nel 1944, nel 1945 accetta il titolo di Lord ed entra alla camera alta, occupandosi di problemi locali nelle new towns britanniche.

Il frutto delle indagini del comitato presieduto da Beveridge fu il Report on Social Insurance and Allied Services meglio conosciuto come Beveridge Plan in quanto, come chiarito nelle prime righe del documento, mentre l’analisi del quadro complessivo della sicurezza sociale era attribuibile al comitato, le raccomandazioni che ne scaturirono appartenevano integralmente a Beveridge.

Presentato al governo il 20 novembre 1942, il 1 dicembre sarà reso di pubblico dominio, dirigendosi ai potenziali percettori delle politiche sociali, ovvero i cittadini comuni che sopravvivevano con difficoltà e stenti negli anni della guerra. Chi lo legge, vi trova il progetto di una società post-bellica più equa e generosa nella redistribuzione della ricchezza, sulla base di politiche mirate di welfare. È questo il motivo dell’immediato successo di pubblico e stampa. In un mese ne sono vendute nel Regno Unito più di centomila copie e si arriva presto al mezzo milione. Se ne stamperà l’edizione economica per i soldati in prima linea. Traduzioni clandestine circoleranno tra gli antifascisti nei paesi occupati dai tedeschi. La prima edizione italiana è del 1943, stampata a Londra, presso la Stamperia reale. La fondazione Rockefeller inviterà Beveridge negli Stati Uniti, per tre mesi di conferenze, interviste, foto sui giornali. Tra i risultati, la vendita di cinquantamila copie del rapporto.

Con lungimiranza, mentre imperversava la guerra, le democrazie alleate iniziarono infatti a fissare l’architettura del sistema socio-economico e politico da costruire una volta terminato il conflitto. Il Rapporto Beveridge, scritto senza toni propagandistici e senza alcuna ipotesi di rivoluzione socialista, era un minuzioso catalogo di progetti e di dati tecnici. Indicava il futuro che avrebbero potuto attendersi i popoli liberati dal fascismo e dal nazismo e suggeriva l’inedito sapore della protezione sociale e della libertà dal bisogno, in un sistema di democrazia autentica. Richiama l’attenzione sul tema dei diritti sociali colmando il vuoto programmatico che il sistema liberista tradizionalmente esprimeva sul sociale.ibeveri001p1

L’intento perseguito era quello di allargare il consenso verso i nascenti regimi democratici e i nuovi rapporti di forza internazionali elaborando un proprio modello di Stato sociale. Infatti, sia il nazismo che il fascismo esprimevano culture politiche non estranee a pretese di socialità, tanto che avevano allestito uno stato assistenziale considerato, per i tempi, piuttosto avanzato e accusavano di plutocrazia, mediante la loro propaganda, le democrazie alleate che consideravano l’economia di mercato e il capitalismo valori irrinunciabili.

Beveridge predispone una piattaforma politico-sociale sulla quale possa essere edificata una società di tipo nuovo, dove si riconoscano i diritti sociali come diritti di libertà e cittadinanza, nel solco di quanto accaduto con altri diritti previsti dallo stato liberale cresciuto in Europa tra la rivoluzione francese e i primi decenni del Novecento. L’obiettivo è quello di mettere la popolazione al riparo dai cinque bisogni che l’affliggono: lavoro, istruzione, malattie croniche, stato di desolazione, inerzia. L’autore li vede come dei giganti contro i quali nulla può il ceto popolare e operaio, da qui la necessità che lo stato attivi politiche pubbliche di stimolo e “anti-ciclo”, per evitare la depressione della domanda e il generale impoverimento in quanto, nel dopoguerra, era prevedibile che non vi sarebbe stato reddito effettivo disponibile né per il consumo privato né per i bisogni di base delle famiglie.

Beveridge chiede: sicurezza sociale per ogni cittadino e non solo per chi abbia lavoro regolare; l’unificazione dei fondi pubblici di sicurezza per improntarli ad equità; assistenza sanitaria per l’intera cittadinanza perché la salute è un diritto naturale; politiche attive del lavoro contro la disoccupazione; reddito minimo pro capite, assunto come livello di sussistenza nazionale a carico del bilancio pubblico; l’istituzione di un unico Ministero per le politiche sociali e assistenziali.

Una ricetta ancora attuale oggi, poiché la crisi odierna non è tanto finanziaria ed economica quanto sociale. Ciò che si sta verificando infatti, è un gigantesco drenaggio di ricchezza e liquidità dalle famiglie e dalle amministrazioni pubbliche verso i grandi centri finanziari, alcuni produttivi e molti speculativi, con impoverimento dei bilanci pubblici e dei redditi famigliari. Anche oggi come allora, la questione sociale chiede che si riscriva il contratto sociale tra stato e cittadino, riconoscendo gli eccessi del trasferimento di forza e capacità contrattuale in favore dei centri finanziari transnazionali ed evitando l’estremismo liberale, che colloca la relazione tra stato e cittadino nella sfera idealistica e ipocrita dei soli diritti di cittadinanza e politici, senza considerazione dei diritti economici e sociali che dei primi sono presupposto imprescindibile.

Non deve meravigliare che un liberale impenitente quale fu Beveridge esprima idee che ritroviamo come temi portanti della Dottrina sociale della Chiesa, perché si tratta di un uomo preoccupato non solo di raggiungere un “regime di piena occupazione” ma anche di farlo senza infrangere le libertà essenziali di parola, di culto, di associazione, di scelta del lavoro, di orientamento economico. Un vero uomo di buona volontà che non è la banale bonarietà degli uomini sempliciotti, ma la virtù dei veri costruttori di pace e giustizia, con i quali è sempre possibile confrontarsi onestamente e convergere, anche provenendo da storie diverse. Papa Giovanni XXIII amava dire: «Quando incontro qualcuno per strada non gli chiedo da dove viene. Non mi interessa. Gli chiedo dove va. Gli chiedo se posso fare un pezzo di strada insieme a lui».