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Posted on 1Mar, 2021

Conservare il patrimonio culturale

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di Giovanni Campanella · Nel mese di aprile 2020, la casa editrice Il Mulino ha pubblicato un libro intitolato L’economia della cultura, all’interno della collana “Universale paperbacks”, e scritto da Françoise Benhamou.

È la traduzione dell’ottava edizione francese del 2017. La prima edizione originale francese è del 1996. Naturalmente le successive edizioni sono state ampliate con dati più aggiornati.

Françoise Benhamou è nata il 12 novembre 1952 a Oujda in Marocco da famiglia ebrea marocchina francese. È economista ed editorialista francese, professoressa a Sciences Po Lille, Sciences Po Paris, all’Ecole Normale Supérieure e all’Università di Parigi XIII. È specialista di economia della cultura e dei media. Ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione del Louvre e presiede il Conseil des études del CNL (Centre National du Livre), il Comitato Etico di Radio France e il Comitato consultivo dei programmi di ARTE.

Il libro che prendiamo in considerazione è un piccolo manuale di economia della cultura. All’inizio tratta della storia di tale materia, che comunque, come presumibile, è abbastanza recente. Prende in esame produzione, consumo e politiche culturali. Scende anche in dettaglio, analizzando l’economia delle esibizioni dal vivo, mercati d’arte, beni culturali, industrie culturali, tecnologia digitale e videogiochi.

Solo nel ventesimo secolo l’economia della cultura incomincia a essere presa sul serio con articoli e opere di livello accademico. Ciò che forse per noi è di maggiore interesse è lo studio dell’ambito delle politiche culturali. Lo Stato ha un ruolo fondamentale e insostituibile per la preservazione e la gestione del patrimonio culturale perché è l’unico che, attraverso l’imposizione fiscale, può compensare l’inevitabile fenomeno di free-riding del consumatore (il consumatore gode della vista di un monumento senza normalmente pagare alcun prezzo e senza quindi contribuire direttamente al suo mantenimento). Dato che il mercato tende a ignorare tutto ciò che non si riflette immediatamente su un prezzo ossia tutte le esternalità, i privati tenderebbero ad adoperarsi meno per la cultura rispetto a quanto sarebbe ottimale. L’impatto economico della cultura è in realtà grande: istituzioni, musei e monumenti attirano turismo, muovono gli affari delle aziende di trasporto, degli alberghi, dei ristoranti, dei commercianti in genere. Tuttavia, proprio per la natura peculiare del bene culturale, i vantaggi di tutti questi soggetti, anche se grandi, non sono esattamente quantificabili ed è difficile stabilire a quanto deve ammontare precisamente il prezzo che dovrebbe versare un determinato esercente.

Noi diamo moltissime cose per scontato. Contemporaneamente, ci lamentiamo dell’imposizione fiscale e delle ingerenze dello Stato in generale. Tuttavia, senza l’opera del soggetto pubblico, moltissimi servizi e beni essenziali non ci sarebbero o sarebbero in quantità e qualità inferiori a quanto sarebbe necessario. È solo grazie a uno Stato, che solo si prefigge costituzionalmente il bene della collettività, che inestimabili patrimoni artistici, storici e culturali possono essere conservati. Questi patrimoni non solo favoriscono il progresso economico ma sono anche strettamente legati all’identità culturale e spirituale nostra e delle generazioni future.