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Posted on 1Nov, 2020

Fratelli tutti…ognuno si glori del proprio martirio

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di Dario Chiapetti · Come è noto, la recente enciclica di papa Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale porta come titolo un’espressione di Francesco d’Assisi: «fratelli tutti». Dato che andare a Francesco per comprendere più a fondo un Pontefice che ha assunto il suo nome e a cui sovente si richiama è un’operazione quanto mai pertinente e fruttuosa, presento le parole del Santo in cui si situa la suddetta espressione.

L’espressione «fratelli tutti» si trova nelle Ammonizioni, che sono delle esortazioni che il Poverello rivolgeva ai suoi frati riuniti nei capitoli che si svolgevano periodicamente presso santa Maria degli Angeli. Per l’esattezza, essa è posta nell’incipit dell’Ammonizione VI (Fonti Francescane, 155), che recita:

Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle.

Il «fratelli» riguarda innanzitutto i frati, ossia i componenti della fraternitas. Tuttavia, come precisa il papa, per l’Assisiate è fratello colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto fosse vicino a lui» (Ammonizione XXV; Fonti Francescane, 175). È così evincibile un’immagine della Chiesa come fratelli e sorelle in comunione tra loro, quali epifanie di Dio che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).

Ciò a cui Francesco invita tutti i fratelli è «guardare con attenzione […] il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce». Francesco fa riferimento ad un «guardare con attenzione», ossia ad una contemplazione che scruta in profondità il mistero di Dio: è questo il senso profondo della preghiera. Ciò che si guarda è il buon pastore che salva le pecore mediante la sua passione d’amore: è questa la rivelazione massima, nella storia, del volto di Dio. Le pecore del Signore «l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose»: è la sequela alla passione gloriosa del Signore umile e povero il tratto del volto dei veri cristiani.

A ciò Francesco fa seguire un severo monito: «è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle». Il Santo si sta rivolgendo a coloro che si vantavano della santità di cinque loro fratelli, martiri in Marocco nel 1220, e quindi dell’Ordine che così cresceva in prestigio. Come riferisce Giordano da Giano nella sua Chronica:

Quando furono riferiti al beato Francesco il martirio, la vita e la leggenda dei suddetti frati, sentendo che in essa si facevano le lodi di lui e vedendo che i frati si gloriavano del martirio di quelli, poiché egli era il più grande disprezzatore di se stesso e sdegnava la lode e la gloria degli uomini, rifiutò tale leggenda e ne proibì la lettura dicendo: “Ognuno si glori del proprio martirio e non di quello degli altri” (Fonti Francescane, 2329-2330).

La posizione di Francesco non fu condivisa da molti nell’Ordine. Ad esempio, frate Egidio sosteneva che occorreva adoperarsi per la loro canonizzazione per l’esempio che questi davano ai cristiani; e solo nel 1481 con la lettera Cum alias di Sisto IV, il frate minore Francesco Della Rovere, fu permesso di celebrarne il culto nelle chiese francescane.

Al di là delle considerazioni (spirituali e storiche) che si possono fare circa le diverse posizioni, ciò che è degno di nota è la preoccupazione di Francesco di correggere l’atteggiamento dei suoi frati la cui fede è fatta di racconti, ossia di parole, che riguardano gli altri e non di fatti che riguardano loro in prima persona. È alla realizzazione della santità del singolo che guardava Francesco, quella santità che è sinonimo di martirio (di sangue o no) che, alla notizia dell’uccisione dei cinque frati, lo fece esclamare: «Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori» («Passio Sanctorum Martyrum fratrum Berardi, Petri, Adiuti, Accursii, Othonis in Marochio martyrizatorum», in Analecta Franciscana, III, 1897, 593).

Francesco richiamava i suoi frati ad una sequela del Signore che spinge anche ad essere disposti a morire, non per odio, non per irresponsabilità, ma per amore verso gli altri e per amore di Dio: i frati «tra i saraceni o altri infedeli […] non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (Regola non bollata, XVI,3.6; Fonti Francescane, 42-43). Quando la priorità è data alla sequela personale del Signore umile e povero, si supera il possibile insorgere dell’atteggiamento di cui parla Gesù: «edificate i sepolcri ai profeti, e adornate le tombe dei giusti», ma «siete figli di coloro che uccisero i profeti» (Mt 23,29). Il martirio dell’altro – dono di sé al Padre, mediante il dono di sé, in Cristo e per lo Spirito Santo, al mondo – è gloria per ognuno, se vissuto nella propria carne. Ed è dal martirio, come accoglienza in se stessi dell’estrema forma d’amore di Dio, in Cristo, al mondo, che sorge la fraternità universale. Fratelli tutti…ognuno si glori del proprio martirio.