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Posted on 1Nov, 2020

Nella Rete digitale per essere pescatori di uomini

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di Stefano Liccioli · Il mese di ottobre ha visto salire agli onori degli altari il quindicenne Carlo Acutis, scomparso per una leucemia nel 2006. Sui media sono stati messi in luce diversi aspetti della vita del beato Carlo. Quello che voglio richiamare in questa sede è il suo talento prodigioso e la sua passione per l’informatica. Talento e passione che egli ha usato per rendere testimonianza della sua fede cristiana realizzando, ad esempio, un sito internet sui miracoli eucaristici (e una mostra sullo stesso argomento che ancora oggi sta facendo il giro del mondo). Il giovane Acutis ha avuto l’intuizione che internet è un mondo in cui non può mancare l’annuncio evangelico e che deve essere abitato secondo uno “stile cristiano”, tanto per citare il teologo gesuita Christoph Theobald.

Non basta infatti produrre contenuti digitali di carattere religioso per “rendere ragione della Speranza che è in noi” anche sul web. Occorre piuttosto percorrere le strade virtuali, soprattutto quelle dei social, con il “passo” di Gesù che andava incontro ai lontani, si avvicinava agli ultimi ed agli emarginati, prendeva le distanze da falsità ed ipocrisie. Sono già degli spunti di riflessione su quale dovrebbe essere, a mio avviso, l’identikit di un internauta cristiano: un uomo che usa i mezzi di comunicazione non per aggredire, ma per fare comunione, che non diffonde fake news perché si prefigge come obiettivo di essere autentico.

In questa prospettiva sono apprezzabili e da incoraggiare tutte quelle persone, più o meno giovani, che a livello individuale, ma non solo, considerano le piazze virtuali spazi in cui annunciare realmente il Vangelo e testimoniare la fede cristiana. E lo fanno non perché si limitano a pubblicare su Facebook una frase di un santo o mandano attraverso Whatsapp un’immagine sacra, ma perché ritengono che anche nella Rete sia possibile incontrare l’altro così come Gesù ci chiede di fare.

In tal senso mi pare significativa l’esperienza che sta portando avanti don Alberto Ravagnani, sacerdote ventisettenne che presta servizio pastorale presso l’oratorio di San Michele Arcangelo di Busto Arsizio, nell’arcidiocesi di Milano. A“Scarp de’ tenis”, rivista di strada promossa da Caritas Italiana, don Ravagnani ha raccontato:«Tutto è stato ispirato dalla quarantena. Io prima di allora ero un signor nessuno, un normale prete di oratorio. Poi ho pensato che per mantenere una vicinanza con i miei ragazzi avrei dovuto inventarmi qualcosa. Ho girato e montato un video su YouTube dal titolo molto semplice A cosa serve pregare. Ed è diventato virale». Dopo questo video ne sono seguiti altri, anche su temi non prettamente catechetici come i videogiochi. D’altronde ogni ambito della vita umana può essere guardato secondo la prospettiva cristiana, una prospettiva capace di illuminare il vissuto di ognuno svelandone il senso ultimo. Il punto di partenza delle riflessioni di don Ravagnani è sempre il dato antropologico ed è una scelta, a mio parere, metodologicamente corretta, sia dal punto di vista teologico che educativo. Scriveva don Tonino Bello:«Noi pensiamo che si nasca uomini, invece uomini si diventa. Farsi uomo è tutto un programma che va svolto con pazienza. Che richiede i suoi tempi. Che non può essere bruciato con riassunti superficiali, o abbreviato con scorciatoie di comodo». Aiutare i giovani a farli vivere in profondità tutta la loro umanità: mi sembra questo uno degli obiettivi che si pone Ravagnani. Allo stesso tempo egli non si limita a fare della psicologia o della sociologia. Lo sguardo sulle varie questioni è uno sguardo di fede, è quello di colui che sa che «Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS 22).

Don Alberto dice di non essere un professionista del settore. Può darsi, ma anche a livello tecnico i suoi video sono fatti bene: contenuti nel tempo, montaggio veloce, frasi incisive. Tutte caratteristiche adatte per poter essere visti da ragazzi e ragazze. Se da una parte è vero che non si deve essere professionisti per poter abitare il Web da cristiani, dall’altra è vero che bisogna conoscere bene i linguaggi della comunicazione digitale (anche a livello tecnico) se si vuol essere efficaci con ciò che si vuol dire, pena restare irrilevanti nel grande mare di Internet.

Il grande merito di don Ravagni è, secondo me, il suo desiderio d’incontrare i giovani, mettendosi in ascolto delle loro domande, aiutandoli a trovare delle risposte, “sfidando” i loro beniamini (memorabile il suo confronto con Fedez) per dimostrare che su certi temi la voce di cantanti o influencer non è l’unica da ascoltare. Quella di don Alberto è una mano tesa a tutti i giovani, non sono quelli che frequentano il suo oratorio, ma anche e soprattutto a quelli che ne restano fuori, che però possono essere incontrati nei cortili digitali, per una Chiesa che sia davvero in uscita (la pagina di Youtube di Alberto Ravagnani ha 113.000 iscritti).

Nei giorni in cui veniva beatificato Carlo Acutis, sui media è apparsa la notizia di una ragazza di diciotto anni morta per overdose di eroina. Due vite brevi, ma vissute in maniera totalmente diversa. Il grido, troppe volte inascoltato, di ragazzi e ragazze disperate, il loro sconvolgente “cupio dissolvi” interpella ed accusa il mondo distratto degli adulti. Ma questo è il tema di un altro articolo.